Fra un mese sarà pronto il libro di Michele Kettmajer, La coscienza delegata. Questo primo testo ne anticipa il campo di tensione, il valore politico, ma innanzitutto l’urgenza. Il libro nasce da una convinzione che condividiamo profondamente: la questione dell’intelligenza artificiale non può essere ridotta a un problema tecnico, né a una semplice discussione sull’uso corretto degli strumenti. Come scrive Luca De Biase nel testo introduttivo di La coscienza delegata, le tre argomentazioni fondamentali sono chiare: la delega cognitiva all’intelligenza artificiale è, di fatto, una delega di potere ai produttori dell’intelligenza artificiale; questa delega non è soltanto un fatto tecnico, ma dipende anche da un difetto di immaginazione; infine, l’industria delle parole ha invaso i media con una quantità enorme di messaggi urgenti, quasi a consumare l’energia necessaria per comprendere ciò che è davvero importante.
Il lavoro di Kettmajer parte dalla necessità di sottrarsi al rumore, alla velocità imposta, alla falsa evidenza del presente e ci permette di entrare in una dimensione più profonda.
Questa rubrica nasce dunque come spazio di accompagnamento e di attraversamento, con la volontà di costruire insieme le parole necessarie per non subire il futuro come un’infrastruttura decisa altrove: non per commentare l’IA, ma per interrogare le forme di potere, di desiderio, di linguaggio e di immaginazione che l’intelligenza artificiale sta trasformando.
L’accelerazionismo tecnologico di destra, nel giro di pochi decenni, non ha prodotto soltanto teorie o provocazioni filosofiche. Ha prodotto Peter Thiel, Curtis Yarvin, Alex Karp, Elon Musk e soprattutto il mondo che li rende possibili: piattaforme che iniziano a sostituire funzioni statali, infrastrutture cognitive private, sovranità algoritmiche, reti satellitari controllate da corporation, sistemi di sorveglianza predittiva, capitalismo computazionale ad altissima concentrazione e una nuova aristocrazia tecnologica convinta che la democrazia liberale sia ormai troppo lenta per governare il XXI secolo.
Ridurre tutto questo alle vecchie categorie di destra e sinistra, però, rischia di diventare quasi inutile. Non perché quei termini non abbiano avuto significato storico, ma perché oggi sono gusci ideologici svuotati, incapaci di descrivere la natura reale del conflitto contemporaneo. “Destra” e “sinistra” appartenevano a un mondo costruito attorno alla fabbrica industriale, al lavoro salariato di massa, allo Stato nazionale fordista, alla centralità della produzione materiale e alla distribuzione della ricchezza dentro economie territorialmente delimitate. Quel mondo non è semplicemente finito. È stato assorbito dentro un ecosistema in cui il potere si organizza sempre più attraverso infrastrutture cognitive, reti computazionali, piattaforme globali, supply chain planetarie e modelli di intelligenza artificiale capaci di ridefinire linguaggio, desiderio, conoscenza e comportamento.
Oggi il conflitto non riguarda più soltanto chi possiede i mezzi di produzione industriale, ma chi controlla le condizioni computazionali di esistenza del reale. Chi costruisce il cloud, i chip, le API, le reti satellitari, i modelli linguistici e le infrastrutture energetiche non controlla semplicemente un mercato. Il Big Tech definisce il campo del possibile.
L’accelerazionismo di destra ha compreso molto presto questa trasformazione. Ha capito che nell’era digitale il vero potere non consiste solo nel vincere elezioni quanto nel costruire infrastrutture irreversibili. Per questo figure come Thiel, Musk o Karp non ragionano come industriali novecenteschi ma come architetti di sistemi. Non cercano soltanto profitto, ma cercano sovranità infrastrutturale. Il senso della loro idea è che il futuro appartenga a chi riesce a sostituire progressivamente le funzioni lente della politica con reti computazionali private capaci di organizzare logistica, comunicazione, sicurezza, conoscenza e persino immaginario collettivo.
È qui che emerge anche il limite storico di gran parte della sinistra contemporanea. Per anni ha pensato che bastasse criticare il capitalismo tecnologico o promettere una redistribuzione più equa dei suoi effetti mentre, nel frattempo, il capitale costruiva cloud, chip, data center, piattaforme cognitive e sistemi energetici planetari, comprendendo molto prima che nell’era computazionale il potere coincide con la capacità di organizzare materialmente il reale e che, una volta costruita l’infrastruttura, tutto il resto – etica, politica, regolazione, dibattito pubblico – arriva sempre dopo, come amministrazione di conseguenze già predefinite.
Il vecchio lessico dei commons digitali mostra tutta la propria ambiguità, perché è certamente vero che dati, conoscenza e modelli non dovrebbero essere monopolizzati da poche corporation, ma è altrettanto vero che, se i commons restano soltanto spazi locali, cooperative isolate o autonomie territoriali prive di massa critica industriale, finiscono per assomigliare più a riserve culturali che a vere alternative di potere, continuando infatti a dipendere integralmente da AWS, Azure, Nvidia, TSMC e dall’intera supply chain del capitalismo computazionale globale.
Dopo la dissoluzione storica – speriamo imminente – di ciò che oggi continuiamo a chiamare “sinistra”, e che probabilmente domani prenderà forme assembleari, forse più simili a ecclesìe simbiotiche che ai vecchi partiti industriali del novecento, ci si troverà davanti a una biforcazione estremamente dura. Non lo dico perché mi interessi la vittoria della destra, categoria altrettanto svuotata e spesso indistinguibile dal medesimo paradigma tecnocratico che finge di combattere. Personalmente non sono mai appartenuto né alla destra né alla sinistra. Mi interessa piuttosto ciò che un tempo veniva chiamato popolare, termine oggi quasi impronunciabile perché immediatamente confuso con il populismo. Eppure la differenza era radicale. Il popolare è il popolo che si fa attore politico, mentre il populismo è l’utilizzazione del popolo civicamente passivo a fini di potere. È una distinzione oggi quasi completamente rimossa. Perché il popolare non significava adulare le masse, inseguire il consenso o trasformare la rabbia in marketing elettorale, ma costruire condizioni materiali, simboliche e politiche affinché comunità reali potessero partecipare attivamente alla costruzione della propria esistenza collettiva. Non il popolo come folla emotiva o target algoritmico, ma come soggetto capace di abitare la storia senza esserne soltanto amministrato.
Da una parte questo nuovo senso politico può tentare di imitare la destra accelerazionista sul suo stesso terreno, costruendo grandi campioni nazionali, concentrazione di capitale, gigantismo computazionale, fondi sovrani, AI statali, infrastrutture centralizzate e nuova retorica neoindustriale. Ma qui emerge subito un problema strutturale: il capitale privato resta quasi sempre più veloce nel concentrare potenza, monetizzare, attrarre talenti e costruire ecosistemi monopolistici. Questo nuovo soggetto politico che provasse semplicemente a rincorrere Musk o Altman sul loro terreno rischierebbe allora di trasformarsi in una variante socialdemocratica dello stesso paradigma proprietario che oggi dice di voler combattere.
Dall’altra parte esiste invece la tentazione opposta, quella del puro comunitarismo digitale, dove si immagina che basti moltiplicare piattaforme etiche, piccoli cloud territoriali o cooperative tecnologiche per costruire un’alternativa reale. Ma qui il rischio è altrettanto evidente, perché l’intelligenza artificiale contemporanea non è un semplice software scaricabile da internet, bensì una condensazione gigantesca di energia, silicio, acqua, continuità elettrica, estrazione mineraria, capacità industriale e infrastruttura logistica. Senza affrontare il problema della scala materiale, i commons rischiano di trasformarsi in una forma di estetica politica incapace di produrre vera sovranità.
L’alternativa allora non può essere una semplice via di mezzo tra monopolio e localismo. Deve essere un cambio di paradigma molto più radicale, qualcosa che potremmo definire sussidiarietà federalista digitale. Questo significa smettere di pensare la sovranità tecnica come puro possesso centralizzato e iniziare invece a pensarla come capacità di sussidiarietà federativa: non attraverso un unico “Google pubblico europeo” costruito replicando i modelli verticali del novecento, ma attraverso reti interoperabili di nodi di calcolo sovrani, composti da università, territori, cooperative energetiche, consorzi industriali, cloud pubblici regionali e infrastrutture federate capaci di agire insieme come massa critica distribuita.
La parola decisiva qui non è decentralizzazione, che spesso viene usata in modo ingenuo o quasi libertario, ma sussidiarietà interoperabile, cioè una politica della potenza tecnica. Internet, prima della piattaformizzazione estrema, funzionava proprio così: una rete distribuita di nodi autonomi che parlavano protocolli comuni. L’errore contemporaneo è stato sostituire il protocollo con la piattaforma, perché il protocollo è una lingua condivisa mentre la piattaforma è una proprietà privata; il protocollo permette pluralità interoperabile mentre la piattaforma produce dipendenza.
Un accelerazionismo, post sinistra e destra, maturo dovrebbe allora spostare il conflitto dal semplice possesso delle applicazioni alla proprietà dei livelli profondi dell’infrastruttura, cioè energia, semiconduttori, cloud, protocolli, reti, modelli open e continuità computazionale. Perché non esiste alcuna sussidiarietà digitale senza sussidiarietà energetica e industriale e parlare di AI senza parlare di fonderie, reti elettriche o geopolitica del silicio significa restare dentro una versione puramente estetica della politica tecnologica. Se l’intelligenza artificiale è davvero la nuova industria pesante del XXI secolo, allora data center e GPU devono iniziare a essere trattati come nel novecento venivano trattate ferrovie, autostrade o reti elettriche: infrastrutture strategiche troppo importanti per essere lasciate integralmente alla logica del venture capital globale.
Ma persino questo non basta, perché il capitalismo computazionale non domina soltanto grazie alla proprietà dell’infrastruttura. Domina perché controlla il desiderio del futuro. La Silicon Valley non promette semplicemente software migliori ma trascendenza, immortalità, Marte, superamento biologico, automazione totale e liberazione dai limiti terrestri. Produce una vera e propria teologia tecnica capace di mobilitare immaginario, investimenti, talenti e consenso.
La sinistra, invece, racconta spesso il futuro come contenimento del danno, prudenza, mitigazione del rischio ed etica dell’AI. Tutte cose necessarie, ma incapaci, da sole, di produrre desiderio storico. Ed è qui che emerge forse il problema più profondo: la questione non è soltanto costruire infrastrutture alternative ma costruire una nuova mitologia operativa della tecnica. Non una tecnica della sostituzione dell’umano o della fuga dal pianeta, ma una tecnica della manutenzione del mondo, capace di mantenere stabilità ecologica, cooperazione cognitiva e pluralità culturale dentro sistemi ad altissima intensità computazionale. Non il mito della singolarità proprietaria ma quello di una pluralità interoperabile di intelligenze, territori e infrastrutture.
Tutto questo richiede però qualcosa che la sinistra contemporanea ha dimenticato: la capacità di pianificare e costruire materia, cioè energia, silicio, reti, capacità industriale e infrastrutture di lungo periodo. Perché mentre la politica discute framework etici e regolamenti, Nvidia produce una nuova generazione di chip ogni pochi mesi e il capitale consolida irreversibilmente la propria posizione infrastrutturale.
Questo nuovo soggetto politico vuole davvero essere una forza capace di costruire infrastrutture cognitive reali oppure accetterà definitivamente di diventare soltanto l’ufficio etico-amministrativo di un mondo progettato da altri? Perché nel capitalismo computazionale chi controlla l’infrastruttura non influenza semplicemente la società, ma ne definisce le condizioni di esistenza.
Dove si decide il reale
Immaginiamo una città in cui il consiglio comunale continui a discutere di traffico, sicurezza, commercio e libertà pubbliche, mentre, silenziosamente, qualcun altro ha già deciso dove possono passare le strade, chi può accendere la luce, quali edifici ricevono acqua e quali quartieri spariscono dalle mappe. A quel punto la politica non governa più davvero la città, amministra conseguenze di un’infrastruttura costruita altrove.
L’accelerazionismo nasce dentro questa frattura. Non come semplice provocazione filosofica o sottocultura cyberpunk, ma come intuizione che nel capitalismo contemporaneo il vero potere non si giochi più soltanto nelle ideologie, nelle costituzioni o nelle elezioni, bensì nella capacità di accelerare la costruzione delle infrastrutture tecniche che organizzano il reale. Non semplici strumenti, ma sistemi capaci di ridefinire lavoro, linguaggio, desiderio, conoscenza, relazioni sociali e perfino ciò che consideriamo possibile pensare.
Negli anni novanta, soprattutto attorno alla Cybernetic Culture Research Unit inglese, dentro un ambiente attraversato da Deleuze e Guattari, cyberpunk, teoria dei sistemi e cultura rave, emerge l’idea che il capitalismo non sia soltanto un sistema economico ma una gigantesca macchina di deterritorializzazione che dissolve continuamente strutture sociali, simboliche e politiche. È in quel contesto che il termine accelerazionismo inizia a prendere forma.
Da quel momento si aprono due traiettorie differenti. La prima, associata soprattutto a Nick Land, considera il capitalismo tecnologico come una forza evolutiva autonoma che tende naturalmente a dissolvere mediazioni democratiche, lentezze istituzionali e centralità dell’umano. La tecnica non deve essere frenata o governata ma lasciata accelerare oltre la politica stessa. La seconda traiettoria, quella che verrà poi definita accelerazionismo di sinistra, immagina invece di usare automazione, reti e piattaforme per ridurre il lavoro salariato e costruire nuove forme collettive di organizzazione sociale.
Storicamente, però, le due traiettorie non hanno avuto lo stesso destino. Una parte decisiva dell’accelerazionismo di destra ha smesso di essere teoria ed è diventata infrastruttura. Non tanto perché Nick Land abbia “vinto” filosoficamente, ma perché il mondo ha iniziato a muoversi nella direzione intuita da quella corrente: concentrazione computazionale, piattaforme private sempre più sovrane, cloud globali, sistemi cognitivi centralizzati, dipendenza da poche infrastrutture irreversibili.
Nel frattempo la sinistra accelerazionista è rimasta in larga parte dentro università, critica culturale, etica tecnologica e regolazione. Ha spesso pensato che bastasse riappropriarsi politicamente di tecnologie costruite da altri senza comprendere fino in fondo che l’architettura tecnica incorpora già rapporti di potere. Se cloud, GPU, modelli, supply chain e infrastrutture energetiche restano private, l’automazione non redistribuisce potere ma lo concentra.
C’è poi un altro elemento decisivo che spiega perché l’accelerazionismo di destra sia riuscito a imporsi culturalmente: il desiderio. Gran parte della sinistra tecnologica ha parlato di automazione come redistribuzione razionale del tempo e della produzione. La Silicon Valley invece ha trasformato la tecnica in epopea storica, trascendenza, superamento biologico, colonialismo cosmico e promessa di immortalità computazionale. Non ha venduto soltanto software, ma ha venduto il futuro.
È per questo che oggi il termine accelerazionismo non indica più semplicemente una teoria della velocità. Indica un mutamento molto più profondo: il progressivo spostamento della sovranità dalla politica alle infrastrutture tecniche. Non governare il capitalismo computazionale, ma lasciare che il capitalismo computazionale diventi la forma principale di organizzazione del mondo.
Poco importa allora regolare l’intelligenza artificiale o il destino delle piattaforme.
La posta in gioco è più radicale: capire se sia ancora possibile costruire una pluralità infrastrutturale reale dentro un ecosistema che tende alla concentrazione monopolistica, oppure se il futuro sarà organizzato da pochi sistemi cognitivi proprietari, capaci di definire non solo il mercato, ma le condizioni computazionali stesse dell’esistenza sociale.
