Esce oggi il libro di Enrico Maestri, Giustizia ex Machina. Filosofia giuridica delle tecnologie digitali, un testo importante perché riesce a fare una cosa rara: non parla dell’AI come novità assoluta, ma la riporta dentro una genealogia culturale antica e rimossa. L’algoritmo non inventa da zero la tentazione di classificare l’essere umano; la rende più potente e più opaca.
Ci sono testi che non si limitano a spiegare una tecnologia, ma ne mostrano la genealogia nascosta. Il saggio di Enrico Maestri appartiene a questi, prende una delle promesse più seducenti dell’intelligenza biologica e non biologica (prevedere, classificare, anticipare il rischio) e la riconduce a una tentazione molto più antica della macchina.
Ora, in questo saggio che ci ha donato, si avverte che la domanda che lo attraversa non riguarda soltanto gli algoritmi. Riguarda il nostro desiderio di sapere prima. Prima che una persona parli e prima che agisca. Prima che la sua biografia, la scrittura della vita, si formi. È il desiderio di leggere nel corpo, nei dati, nei comportamenti, nei segni esteriori qualcosa che dovrebbe rimanere aperto nell’aperto delle possibilità.
Per questo Lombroso torna nel titolo non come reperto di una scienza superata, ma come fantasma. La sua antropologia criminale è stata confutata, ma la struttura del suo sogno continua a inquietarci: riconoscere il pericoloso prima del crimine, trasformare un volto in indizio, un corpo in prova, una probabilità in destino. Oggi non misuriamo più crani, addestriamo modelli.
Non parliamo più di “delinquente nato”, ça va sans dire, parliamo di rischio predittivo. Non invochiamo più la fisiognomica, ma la computer vision. E tuttavia la domanda resta sorprendentemente simile: possiamo sapere chi sei… prima.
Enrico Maestri mostra con chiarezza che il problema più profondo nasce quando una società democratica comincia ad accettare che una persona possa essere ridotta alla previsione che la riguarda, ovvero quando il volto diventa una confessione involontaria e il dato sostituisce la parola del soggetto. Quando la classificazione pretende di precedere l’esperienza.
In questa prospettiva, il diritto non appare come un ostacolo alla sicurezza o all’innovazione, ma come una delle forme più alte della prudenza: ogni persona resta sempre più grande della categoria che la descrive. Ogni biografia può deviare dalla probabilità. Ogni volto può sottrarsi all’etichetta che altri pretendono di leggervi. Ogni individuo è, in fondo, il proprio rapporto di minoranza rispetto alla statistica che lo anticipa. La persona non è mai il luogo e il tempo in cui un algoritmo riconosce una trama ricorrente. È la possibilità di smentirla.

Tesi. La fisiognomica computazionale e il pre-crimine algoritmico riattivano, con strumenti nuovi, una vecchia tentazione: leggere nel corpo o nei dati ciò che una persona è o farà. Il corpo non è un testo da decifrare; il futuro non è una sentenza da eseguire.
Nel racconto The Minority Report di Philip K. Dick, la polizia arresta uomini e donne per delitti che non hanno ancora commesso. Non li punisce per ciò che hanno fatto, ma per ciò che faranno. O, meglio, per ciò che un sistema di previsione dice che faranno. Il paradosso è noto: se il crimine viene impedito, il crimine previsto non accade più. Il soggetto viene allora trattato come colpevole di un futuro che, proprio grazie all’intervento preventivo, non diventerà mai presente.
Questa immagine continua a inquietarci perché tocca una tentazione profondissima delle società moderne: anticipare il rischio, leggere prima, sapere prima, intervenire prima. Non aspettare il fatto, ma riconoscere il pericoloso. Non giudicare l’atto, ma misurare la persona.
Oggi questa tentazione non si presenta più con il volto del profeta, del perito positivista o del poliziotto visionario. Si presenta con il volto apparentemente neutro dell’algoritmo. L’intelligenza artificiale promette di cogliere correlazioni invisibili, di riconoscere pattern, di trasformare immagini, dati biometrici, abitudini, precedenti, luoghi e comportamenti in previsioni. In una parola: promette di rendere calcolabile ciò che un tempo sembrava affidato all’incertezza del giudizio umano.
Ma il problema non è soltanto tecnico. Non riguarda solo l’accuratezza dei sistemi, i bias dei dati o l’opacità dei modelli. Il problema è più antico e più radicale. Riguarda il desiderio di leggere la persona prima che essa agisca; di dedurre la sua identità dal corpo; di inferire il suo futuro da una probabilità. È qui che ritorna, sotto forma digitale, un fantasma ottocentesco: Cesare Lombroso.
Lombroso non fu soltanto l’autore di una teoria sbagliata. Fu il nome di una promessa. La promessa che il crimine potesse essere riconosciuto prima del crimine stesso, perché inscritto nel corpo del criminale. Il delinquente nato, nella sua prospettiva, non era semplicemente un individuo che aveva commesso un reato: era un tipo umano, un essere riconoscibile attraverso segni fisici, misure craniche, tratti somatici, asimmetrie, anomalie. Il corpo diventava un testo. E il futuro diventava una conseguenza quasi naturale di quel testo.
Da questo punto di vista Lombroso è meno superato di quanto ci piaccia pensare. Certo, nessuno oggi prenderebbe sul serio la vecchia craniometria come scienza. Nessuno potrebbe più sostenere apertamente che la mascella, la fronte o la forma del cranio rivelino il destino criminale di un individuo. Eppure la struttura del ragionamento sopravvive. Cambiano gli strumenti, non il desiderio. Al posto del calibro c’è la computer vision. Al posto della tavola antropometrica c’è il dataset. Al posto del criminologo positivista c’è il modello predittivo. Ma la domanda resta sorprendentemente simile: possiamo leggere nel corpo, nei dati, nei segni esteriori ciò che una persona è o farà?
La nuova fisiognomica
Prima dell’intelligenza artificiale c’era la fisiognomica: l’arte di leggere il carattere dal volto. Non era una superstizione marginale, ma una lunga tradizione culturale, capace di sedurre filosofi, medici, moralisti e uomini di Stato. La sua promessa era semplice e potentissima: il visibile rivela l’invisibile. Dal volto si poteva risalire all’anima; dal corpo al carattere; dal tratto fisico alla disposizione morale.
La fisiognomica computazionale riprende questo antico schema, ma lo traduce nel linguaggio del machine learning. Non dice più che una fronte sfuggente o una mascella pronunciata rivelano la natura criminale. Dice che un insieme di pixel, correlazioni e pattern può permettere di inferire orientamento sessuale, appartenenza etnica, opinioni politiche, stati emotivi, inclinazioni comportamentali. Non invoca più la lettura morale del volto, ma la classificazione statistica dell’immagine. Il risultato, però, è inquietantemente simile: il corpo viene trattato come un testo da decifrare.
Un primo esempio paradigmatico riguarda gli studi che hanno preteso di dedurre l’orientamento sessuale dal volto. Il caso è diventato celebre perché sembrava dimostrare una capacità sorprendente dell’algoritmo: riconoscere ciò che la persona non aveva dichiarato. Ma proprio qui si rivela il vizio della fisiognomica computazionale. Il sistema non leggeva una verità biologica inscritta nei lineamenti; molto più probabilmente intercettava convenzioni di autopresentazione: qualità delle fotografie, posa, illuminazione, trucco, acconciatura, contesto sociale della piattaforma da cui le immagini erano tratte. In altri termini, non vedeva l’orientamento sessuale. Vedeva tracce culturali e le scambiava per essenza naturale.
Questo è il punto decisivo. L’algoritmo non scopre necessariamente ciò che siamo; spesso registra il modo in cui una società ci mette in scena. E quando queste tracce vengono naturalizzate, il rischio diventa enorme. Una differenza storica, culturale, sociale o biografica viene trasformata in un segno corporeo. La persona non parla più: viene letta. Non dichiara più: viene inferita. Non decide più quando e come rivelarsi: viene classificata.
Un secondo esempio, ancora più grave, è quello dei sistemi capaci di identificare automaticamente appartenenti a minoranze etniche, come nel caso della sorveglianza degli Uiguri nello Xinjiang. Qui la fisiognomica computazionale mostra il suo volto più politico. Il problema non è soltanto che un sistema può sbagliare. Il problema è che, anche quando funziona, può diventare infrastruttura di persecuzione. La classificazione biometrica non rimane una curiosità tecnica: entra nei flussi video urbani, nei database di polizia, nelle architetture di controllo, e trasforma l’appartenenza in bersaglio.
Questi esempi permettono di capire perché il divieto europeo di categorizzazione biometrica sensibile non sia un dettaglio tecnico dell’AI Act. Esso dice qualcosa di molto più profondo: non tutto ciò che può essere inferito deve essere inferito. Non tutto ciò che un modello riesce a classificare è per ciò stesso legittimo. Ci sono domande che una società democratica deve vietare alla macchina non perché la macchina sia imprecisa, ma perché quella domanda è sbagliata. Chiedere a un volto di rivelare la fede, l’origine etnica, l’orientamento sessuale o l’opinione politica significa trasformare il corpo in una confessione involontaria.
La distinzione tra riconoscere una persona e classificarla è, perciò, essenziale. Verificare che qualcuno sia chi dichiara di essere può avere una funzione legittima. Inferire dal suo volto che tipo di persona sia appartiene invece a un’altra logica: più invasiva, più ambigua, più pericolosa. Nel primo caso il corpo conferma un’identità dichiarata; nel secondo caso il corpo viene usato contro, prima o al posto della dichiarazione del soggetto. È la differenza fra dire: «sei davvero tu?» e dire: «so io chi sei».
Dal volto al rischio
La stessa logica si ripresenta nel campo del pre-crimine. Qui non si pretende di dedurre dal volto un’identità nascosta, ma di calcolare nei dati una condotta futura. Software di risk assessment, sistemi predittivi, modelli di polizia anticipatoria promettono di stabilire chi sia più incline a recidivare, quali quartieri siano più esposti al crimine, quali soggetti meritino maggiore sorveglianza. Anche qui la promessa è seducente: ridurre l’incertezza, prevenire il danno, razionalizzare le decisioni, sostituire l’intuizione del giudice o del poliziotto con una previsione fondata sui dati.
Il caso COMPAS, discusso negli Stati Uniti a partire dalla vicenda Loomis, è diventato il simbolo di questa trasformazione. Un software assegna un punteggio di rischio; quel punteggio entra nella decisione giudiziaria; l’imputato però non può realmente discutere il funzionamento del modello, perché l’algoritmo è proprietario, opaco, non pienamente accessibile. Il diritto continua formalmente a giudicare un soggetto, ma nella decisione entra una previsione prodotta su popolazioni. La persona concreta viene letta attraverso la probabilità statistica di altri soggetti ritenuti simili.
Il problema non è solo la possibile discriminazione razziale o sociale, pure gravissima. Il problema più profondo è dogmatico e filosofico: che cosa accade alla persona quando viene trattata come il risultato probabile di un gruppo statistico? Se un modello mi attribuisce un rischio perché altri, simili a me per certe variabili, hanno commesso certi atti, io non sono più giudicato per ciò che ho fatto, ma per la compagnia statistica alla quale vengo assegnato. La mia singolarità viene tradotta in appartenenza. La mia biografia diventa un caso medio. Il mio futuro viene chiuso nella probabilità di altri.
Anche i sistemi territoriali di polizia predittiva mostrano la stessa ambiguità. Strumenti come PredPol non indicano necessariamente persone, ma zone: quartieri, strade, aree urbane in cui il rischio di reato sarebbe più alto. Sembrano quindi meno invasivi. Eppure producono un effetto circolare: più una zona viene pattugliata, più vi si registrano reati; più vi si registrano reati, più il sistema raccomanda di pattugliarla. Il dato non descrive semplicemente il crimine; descrive anche la storia della sorveglianza. La previsione non fotografa il reale: contribuisce a costruirlo.
È precisamente qui che Lombroso ritorna. Non perché gli algoritmi siano lombrosiani in senso letterale. Non perché il machine learning coincida con l’antropologia criminale ottocentesca. Ma perché ricompare la stessa tentazione: sostituire il giudizio sull’atto con una misura preventiva della persona. Lombroso cercava il criminale prima del crimine nel corpo. La predizione algoritmica cerca il rischio prima dell’atto nei dati. In entrambi i casi, la persona viene anticipata da una classificazione.
Vi sono poi casi in cui le due linee si saldano in modo quasi perfetto. Alcune imprese hanno dichiarato di poter dedurre dal volto profili di pericolosità, inclinazioni aggressive, appartenenze criminali o addirittura probabilità di terrorismo. Qui non siamo più soltanto nel riconoscimento facciale, né soltanto nel risk assessment. Siamo nel punto esatto in cui la fisiognomica diventa pre-crimine: il corpo viene letto per prevedere il futuro. È Lombroso con le reti neurali al posto del calibro.
Il fascino della previsione
Questa continuità spiega anche perché il tema sia così politicamente potente. Le società contemporanee vivono immerse nel linguaggio del rischio. Rischio sanitario, rischio ambientale, rischio finanziario, rischio criminale, rischio reputazionale. Governare significa sempre più spesso prevenire. E prevenire significa anticipare. Ma quanto più l’anticipazione diventa tecnicamente possibile, tanto più cresce la tentazione di sacrificare il principio liberale più fragile: l’idea che una persona non coincida mai interamente con ciò che di essa si può prevedere.
Il diritto moderno, almeno nella sua forma più garantista, nasce anche per porre un argine a questa tentazione. Non punire l’essere, ma l’atto. Non condannare la pericolosità in quanto tale, ma accertare una condotta. Non trasformare il sospetto in destino. Il principio del fatto, la presunzione d’innocenza, il contraddittorio, la responsabilità personale non sono formalismi ottocenteschi: sono tecniche culturali per impedire che la società chiuda la persona dentro una diagnosi preventiva.
L’intelligenza artificiale mette sotto pressione proprio queste tecniche culturali. Non perché sia onnipotente, ma perché rende più credibile la vecchia aspirazione deterministica. L’algoritmo non dice «io sospetto»; dice «io calcolo». Non dice «mi pare»; dice «la probabilità è». La sua autorità non deriva dall’esperienza morale, ma dalla forma impersonale del numero. Ed è proprio questa apparenza di neutralità a renderlo culturalmente seducente. Il numero sembra non odiare, non discriminare, non avere pregiudizi. Ma può incorporare, amplificare e stabilizzare i pregiudizi di una società intera.
Il pericolo più grande, allora, non è che la macchina sostituisca l’uomo. È che l’uomo si nasconda dietro la macchina. Che decisioni politiche, morali e giuridiche vengano presentate come semplici risultati tecnici. Che la scelta di sorvegliare certi corpi, classificare certe identità o concentrare il controllo su certi gruppi appaia come conseguenza inevitabile dei dati. In questo senso l’algoritmo non elimina la responsabilità: la sposta e la rende meno visibile.
Da qui nasce l’esigenza di pensare una responsabilità dell’architettura. Non basta chiedersi se l’output del sistema sia corretto. Bisogna chiedersi perché quel sistema sia stato progettato, con quali dati, con quali categorie, con quali soglie, per quali fini. Un classificatore non è mai solo uno strumento neutro: incorpora una certa immagine del mondo. Decide quali differenze contano, quali somiglianze sono rilevanti, quali segnali meritano attenzione. Prima ancora di produrre una decisione, costruisce lo spazio entro cui alcune decisioni diventano possibili e altre scompaiono.
Per questo non è sufficiente dire che serve «più trasparenza». La trasparenza è necessaria, ma non basta. Anche un sistema perfettamente spiegabile potrebbe restare illegittimo se pretende di inferire dal corpo ciò che appartiene alla libertà della persona, o se trasforma una probabilità statistica in un destino individuale. Il problema non è soltanto vedere come funziona la macchina. Il problema è decidere se una certa macchina debba funzionare.
In questo senso, i divieti contenuti nell’AI Act europeo hanno un significato culturale che supera la tecnica normativa. Quando il regolamento vieta certe forme di categorizzazione biometrica e certe forme di predizione individuale del rischio criminale, non si limita a disciplinare un settore tecnologico. Dice qualcosa di più profondo: il corpo non è un archivio da cui estrarre identità nascoste; il futuro non è una sentenza già scritta nei dati; la persona non può essere ridotta alla probabilità del gruppo a cui viene associata.
Naturalmente le norme non eliminano la tentazione. Anzi, spesso la rendono più evidente. Ci sarà sempre qualcuno pronto a dire che, se un sistema funziona, sarebbe irresponsabile non usarlo. Se può prevenire un crimine, perché rinunciarvi? Se può identificare un rischio, perché ignorarlo? È l’argomento più forte e più pericoloso: quello della sicurezza. Ma una società libera non si misura solo dalla quantità di rischi che riesce a prevenire. Si misura anche dai rischi che accetta di non prevenire pur di non distruggere le condizioni della libertà.
Il rapporto di minoranza
Qui Minority Report resta una parabola insuperata. Nella versione cinematografica esiste il «rapporto di minoranza»: una previsione divergente, un futuro alternativo, una possibilità non allineata al verdetto principale. È una potente immagine filosofica. Ogni persona è, in fondo, il proprio rapporto di minoranza rispetto alla statistica che la descrive. Ogni individuo può smentire il gruppo a cui viene assegnato. Ogni biografia può deviare dalla probabilità. Ogni volto può sottrarsi all’etichetta che altri pretendono di leggervi.
Il compito del diritto, allora, non è soltanto regolare l’intelligenza artificiale. È difendere lo spazio di questa deviazione. Tenere aperta la distanza fra il corpo e l’identità, fra il dato e la persona, fra la probabilità e il destino. Impedire che la previsione diventi condanna, che la classificazione diventi natura, che la sicurezza diventi una nuova forma di determinismo.
Lombroso ci interessa ancora non perché avesse ragione, ma perché il suo errore continua a tentarci. Egli trasformò il corpo in prova e la pericolosità in destino. Oggi rischiamo di fare qualcosa di simile con strumenti immensamente più sofisticati e socialmente più accettabili. Non misuriamo più crani, ma addestriamo modelli. Non parliamo più di criminale nato, ma di rischio predittivo. Non invochiamo più la fisiognomica, ma la computer vision. Tuttavia la domanda di fondo rimane la stessa: possiamo sapere chi sei e che cosa farai prima che tu lo dica, prima che tu lo scelga, prima che tu agisca?
A questa domanda occorre rispondere con chiarezza: no, non senza perdere qualcosa di essenziale. Perché il corpo non è un testo da decifrare, e il futuro non è una sentenza da eseguire. La persona non è mai soltanto il luogo in cui un algoritmo riconosce un pattern. È anche, e soprattutto, la possibilità di smentirlo.
Nota bibliografica essenziale
I riferimenti sono indicati in forma essenziale, coerentemente con la destinazione culturale e divulgativa del testo.
Buolamwini, J., Gebru, T. (2018), Gender Shades: Intersectional Accuracy Disparities in Commercial Gender Classification, PMLR, 81.
Dick, P.K. (1956), The Minority Report; trad. it. Rapporto di minoranza e altri racconti, Fanucci, Roma 2002; cfr. S. Spielberg, Minority Report, 2002.
Dressel, J., Farid, H. (2018), The accuracy, fairness, and limits of predicting recidivism, Science Advances, 4(1).
Lombroso, C. (1876), L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza ed alla psichiatria (Cause e rimedi), ebook, Hoepli, Milano 2026.
Maestri, E. (2026), Giustizia ex Machina. Filosofia giuridica delle tecnologie digitali, Luca Sossella editore, Roma.
Regolamento (UE) 2024/1689, art. 5, par. 1, lett. d) e g).
Stark, L., Hutson, J. (2022), Physiognomic Artificial Intelligence, Fordham Intellectual Property, Media & Entertainment Law Journal, 32(4).
