Il contesto
Una multinazionale. L’headquarter worldwide decide che tutti i branch del mondo devono diventare Agile. Non sanno esattamente di cosa si tratta, così seguono le orme delle altre multinazionali del settore rivolgendosi a una grossa società di consulenza.
L’approccio è quello convenzionale: “one fit all” e “copia e incolla” di scrum. Stessa metodologia per tutti, stesso metodo, installazione in alcuni team pilota. Poi la società di consulenza finisce il lavoro e l’organizzazione si ritrova con nulla di fatto.
L’organizzazione non si arrende. Decide di fare il “copia e incolla” con più sforzo, formando e certificando in modo massivo scrum master in tutti i paesi. Gli scrum master iniziano a lavorare con i team applicando scrum. Si accorgono rapidamente che non basta e che di fatto non sta cambiando nulla.
Dall’headquarter parte l’ordine di assumere o imbarcare Agile Coach che aiutino ogni singolo paese nella trasformazione.
La situazione quando arrivo
Quando entro come Agile Coach, lo scrum master e un team esteso hanno già iniziato a lavorare in scrum. Hanno in scadenza a pochi mesi il lancio di un progetto importante.
Propongo di non iniziare subito ma di osservare come stanno lavorando.
Quello che vedo: lamentele diffuse perché le persone hanno raddoppiato i meeting. In pratica lo scrum master conduce i rituali nel modo usuale e poi le persone lavorano come hanno sempre fatto con i soliti meeting ristretti. Le agende sono al collasso. Le persone lamentano di non aver più tempo per lavorare.
La conflittualità è elevata. Il clima di sicurezza psicologica è bassissimo. Le email vengono inviate in copia conoscenza a quasi tutti con l’intenzione di tutelarsi più che di informare.
Ci sono antipatie palesi, mai dichiarate apertamente, e un sacco di piccoli dispetti. Fazioni che si rendono evidenti da chi va a pranzo con chi e chi non viene invitato a condividere il caffè.
L’approccio è basato sul ruolo e sul relativo potere. Essere ben visti da alcuni manager significa fare carriera, essere mal visti significa rischiare il posto.
Il lancio va comunque bene. Ognuno fa la sua parte. Nel frattempo si è creato un forte scetticismo nei confronti delle metodologie Agile associate a scrum. Molti non vogliono più partecipare.
Come iniziamo davvero
Chiedo al leadership team di avere scopo e obiettivi chiari per il progetto su cui lavoreremo. Chiedo di partecipare alla composizione del team lavorando sul flusso del valore. Chiedo di includere responsabili delle vendite che rappresentano il front end e quindi la voce del cliente.
Al primo incontro lavoro sull’allineamento del team rispetto a scopo e obiettivi dati dal leadership team. Poi sulla determinazione del cliente e del valore che il progetto porterà al cliente e come lo misureranno.
Introduco Obeya e iniziamo a stabilire le board essenziali. Utilizziamo una versione virtuale per permettere a chi non si trova sempre in sede di seguire l’andamento del progetto. Stabilisco un incontro in presenza e il successivo online, a parte quelli iniziali di chartering del progetto in presenza.
Dico loro di dimenticarsi scrum. Stabiliremo gli incontri che servono e in quegli incontri discuteremo tutto quanto è necessario per lo sviluppo del progetto.
I conflitti e gli scettici
La conflittualità permane. Diverse sessioni le dedico alla soluzione dei conflitti e a stabilire working agreement che si rivelano utilissimi nel creare la collaborazione necessaria.
Nel gruppo ci sono alcuni Agile-scettici. Dopo gli iniziali atteggiamenti polemici, diventano straordinari portatori di contributi. Quando si pianifica nelle fasi iniziali, la loro disposizione è quella di affermare che non riusciranno mai a fare il lavoro in quei tempi. Poi lo portano a compimento sempre prima delle scadenze.
Identifichiamo le interdipendenze. Il fatto di renderle visibili in Obeya permette di trovare gli accordi sui tempi e le responsabilità.
In meno di tre mesi preparano il piano di azione, diverse possibilità di intervento e lo presentiamo al leadership team.
Il successo e la replica
L’amministratore delegato approva il progetto, fa i complimenti al team e dà loro il mandato di proseguire in autonomia alla sua realizzazione.
Dopo una settimana il CEO convoca di nuovo il leadership team, alcune figure chiave e me per chiedere di svolgere un altro progetto strategico nello stesso modo, detto Agile. Visto il risultato del primo, il secondo è ancora più facile e rapido. Anche in quel caso utilizziamo l’approccio Obeya.
Seguono altri progetti che prevedono il coinvolgimento dei commerciali che meglio rappresentano la voce del cliente.
Il successo e la replica
È a quel punto che arriva lo stop.
Il manager responsabile della forza vendita non ferma i progetti. Ferma il coinvolgimento dei commerciali affermando che “i venditori devono solo obbedire come bravi soldatini.”
Di più. Uno dei progetti prevede il coinvolgimento di tutta la popolazione aziendale per proporre idee innovative che verranno votate da tutti, una specie di contest. Il manager a capo dei commerciali interviene di nuovo decidendo quale progetto far vincere a dispetto delle votazioni.
A questo punto gli Agile-scettici che più hanno contribuito si arrabbiano. Sembra che tutto il loro sforzo sia vanificato. I commerciali coinvolti si ritraggono delusi.
Agile si è rotto.
Torna la paura e i comportamenti accorti di precauzione. L’ambiente è ridiventato pericoloso. Pericoloso è esporsi. I responsabili delle aree commerciali negano di aver detto alcune cose affermate durante il percorso. Delusione e scetticismo incominciano a crescere.
La domanda
Decido di parlare al leadership team. L’amministratore delegato non prende parte all’incontro. L’incontro avviene a porte chiuse.
Spiego loro la situazione, che per altro conoscono.
È allora che il responsabile vendite mi chiede: “Ma non si può fare finta?”.
Aggiunge: “In fondo nessuna branch fa quello che l’headquarter chiede. Basta raggiungere i risultati richiesti”.
E sì. Non importa come. Non importa se possono essere migliori. Non importa se le persone che li ottengono sono soddisfatte e motivate. L’importante è ottenere i risultati nei limiti richiesti e obbedire.
Nel frattempo l’headquarter europeo ha costituito la comunità di pratica degli agile coach. Ci incontriamo periodicamente per scambiare esperienze e sviluppi dei vari progetti.
Mi sta in pratica chiedendo di far finta. Di non dir nulla all’headquarter. Di lasciar scivolare tutto a come era prima. Di mantenere il mio ingaggio, a questo punto fasullo.
Non ha tenuto conto però della delusione delle persone. Della demotivazione. Dello scetticismo. Del fatto che i team non avrebbero più potuto costituirsi come tali.
No. Non possiamo fare finta.
Morale
Lascio a voi trarla.
Vi posso solo raccontare che il manager responsabile dei commerciali è stato spostato in altro ruolo in un altro paese. Che i semi di agility che abbiamo piantato a distanza di tempo stanno cominciando a germogliare. Che periodicamente mi informano dei cambiamenti che pian piano stanno iniziando a muovere il branch italiano verso l’agility.
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