Mercoledì 3 dicembre ore 17:30, Palazzo Montecitorio
Presentazione di Storia di un sindaco da San Vittore all’assoluzione.
Indirizzo di saluto: Lorenzo Guerini, deputato. Ne discutono: Gaia Tortora, giornalista; Claudio Martelli, già Ministro di Grazia e Giustizia; Simone Uggetti, autore. Coautrice e moderatrice: Arianna Ravelli
Ingresso consentito sino alle ore 17:15. Per gli uomini è necessaria la giacca.
R.S.V.P. [email protected]
Premessa
di Aldo Cazzullo
[…] In questa storia, la chiave che apre la prima porta è una piscina. Una piscina comunale che deve essere gestita. La cosa più logica è che lo faccia la società del Comune, in questo caso Lodi. Per eccesso di zelo, il sindaco decide comunque di evitare l’assegnazione diretta ed emettere il bando. Probabilmente, un errore. Non un reato. A questa conclusione arriveranno i giudici. Ma quell’errore costa a Simone Uggetti la vita politica, e un pezzo di vita, quella vera.
Il racconto dell’arresto del sindaco di Lodi, magistralmente ricostruito dall’arte maieutica di Arianna Ravelli, è un colpo nello stomaco. Qualcosa che dovrebbe far vergognare tutti. A cominciare da noi giornalisti. “Un uomo da circo”, si definisce il sindaco. Esibito come una preda. Ci sono alcuni dettagli che ti fanno pensare: potrebbe succedere anche a ognuno di noi. L’arrestato condotto nello stesso luogo, davanti alle stesse persone, dove era stato pochi giorni prima come sindaco, per consegnare i premi alla festa della polizia. Il conducente dell’auto della Guardia di finanza che rifiuta la richiesta di non passare attraverso il centro della città, per non offrire a tutti lo spettacolo del sindaco arrestato: “Questo non è un taxi”. E il cellulare del finanziere intasato dai messaggi di congratulazione: perché quando arriva la notizia di un (piccolo) potente che va in galera, in tanti si rallegrano.
Anche se il (piccolo) potente non ha fatto nulla di male. E soprattutto non ha preso un euro. […]

Postfazione
di Gian Domenico Caiazza
Se non ci fosse in gioco la carne viva di una persona e dei suoi cari, la dignità umiliata di un politico per bene e della sua storia pubblica, dovremmo dirci cinicamente fortunati per aver assistito alla vicenda giudiziaria del Sindaco Simone Uggetti. D’altronde, lui per primo ne è a tal punto consapevole da aver deciso di scrivere questo libro, per raccontare, spogliandosi e mettendosi a nudo davanti a tutti noi, la sua storia incredibile. Mi è piaciuta molto la metafora del Kintsugi, che l’autore ha scelto per descrivere questo sforzo doloroso. Se una vicenda giudiziaria, politica e mediatica di questa ottusa e spietata violenza ti ha ridotto come un coccio di ceramica ridotto in pezzi, usi l’oro –come in quella formidabile tecnica artistica giapponese – per tenerli insieme, valorizzando le crepe e ridando a quel disastro una nuova dignità e bellezza.
Questa storia è dunque una occasione preziosa per tutti noi, perché la sua particolarità sta nell’essere inattaccabile nella sua solare semplicità. I fatti sono incontrovertibili, e lo sono per chiunque sia stato infine chiamato a giudicarli. Il Tribunale che ha condannato, la Corte di Appello che ha assolto, la Cassazione che ha annullato con rinvio, la Corte di Appello che, infine, ha nuovamente assolto, sebbene ora per “tenuità del fatto”, sono tutti concordi sulle decisive connotazioni dei fatti che hanno dato luogo alla contestazione del reato di turbativa d’asta, e che vale dunque la pena mettere in fila, semplicemente. […]
Non c’è nulla, in queste mie d’altronde perfino banali considerazioni, che possa avere seppure minimamente a che fare con una pretesa di impunità della politica, dalla quale dobbiamo pretendere il rispetto più rigoroso delle regole dell’etica pubblica. Ma proprio in considerazione delle conseguenze micidiali che una indagine giudiziaria comporta sull’ordinato svolgimento della vita democratica e delle sue istituzioni rappresentative, dovremmo poter pretendere dall’autorità giudiziaria una prudenza, una accuratezza investigativa, una rigorosa attenzione non solo nei mezzi investigativi adottati, ma perfino nelle parole usate negli atti giudiziari, che purtroppo vengono invece quasi sistematicamente a mancare, come questa storia dimostra in modo esemplare. È banale, infatti, osservare come questa piccola, mediocre, marginalissima indagine giudiziaria poteva senza dubbio alcuno essere egualmente svolta e portata a termine senza sconvolgere non solo la vita delle persone coinvolte ma, ripeto, soprattutto l’ordinato svolgimento della vita democratica di una comunità sociale.
Si è scelta invece la strada della irruzione precipitosa, violenta, esemplare e salvifica della “Giustizia” per sgominare il “Male” nella vita pubblica agli occhi di tutti i cittadini. Fino alla incredibile decisione dell’arresto e del carcere, che in una vicenda bagatellare come questa, appare per ciò che essa è: un atto di gratuita, indicibile violenza nei confronti di una persona per bene, costretta, per malriposti e approssimativi sospetti su un appalto di 5000 euro, a conoscere la più profonda e devastante delle umiliazioni. Il segno di quanto profonda possa essere stata la ferita inferta, senza ragione e contra legem (non può infliggersi una misura cautelare per fatti in ordine ai quali sia ragionevolmente prevedibile una pena inferiore a tre anni di reclusione) al Sindaco di Lodi, sta tutta nelle belle, dolorose parole con le quali egli descrive il carcere, dopo questa tremenda esperienza: “Luogo di forzata solidarietà, di disagi e piccole vergogne condivise, di coesistenza di destini”. Voglio augurarmi che la scelta di Simone Uggetti di raccontare questo suo dolore possa contribuire a diffondere quanto più possibile la consapevolezza di quanto inestimabile sia la difesa dei valori costituzionali della presunzione di non colpevolezza e di tutela e rispetto della dignità della persona.
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Una lezione di resistenza e di speranza
di Gaia Tortora
Ci sono storie che, una volta ascoltate, non si riescono più a dimenticare. Restano dentro, si insinuano tra i pensieri e ogni tanto tornano, come se chiedessero di essere raccontate di nuovo, per non lasciare che il silenzio o la superficialità le cancellino. La vicenda di Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, è una di queste. Una storia che parla di politica e di giustizia, certo, ma soprattutto di persone: delle loro vite, delle ferite subite, della capacità di resistere quando tutto sembra franare.
[…] L’arresto di un sindaco è una notizia che fa rumore, che attira titoli e servizi televisivi: e così, nel giro di poche ore, la vita di Simone fu stravolta. Non era più un uomo, né un amministratore, ma “il caso Uggetti”. Il meccanismo della gogna pubblica si era messo in moto, alimentato da immagini, commenti, insinuazioni. E in quel frullatore mediatico, la presunzione d’innocenza era scomparsa, come troppo spesso accade.
Chiunque abbia vissuto un’esperienza simile – e io so cosa significhi l’accanimento mediatico – conosce il senso di smarrimento che ti prende. Si diventa personaggi di una narrazione che altri scrivono al posto tuo. Ti guardi allo specchio e non ti riconosci più, perché il volto riflesso non è quello che rimbalza sugli schermi o sulle pagine dei giornali. È una frattura difficile da ricomporre, perché non riguarda solo il presente, ma lascia segni profondi nel futuro, nelle relazioni, nella percezione di sé.
[…] Il libro che oggi Simone ha scritto non è soltanto la cronaca di una vicenda giudiziaria: è un atto di testimonianza civile. È il racconto di una caduta e di una rinascita, ma soprattutto è un monito. Perché dietro ogni titolo, dietro ogni processo mediatico, ci sono persone in carne e ossa, con famiglie, affetti, vite sospese. E troppo spesso ce ne dimentichiamo, travolti dalla velocità del consumo di notizie.
Il caso di Simone ci ricorda quanto sia fragile la linea che separa il diritto di cronaca dalla spettacolarizzazione della giustizia. Quando la libertà individuale e la dignità delle persone diventano materiale da prima pagina, c’è il rischio che la verità giudiziaria arrivi troppo tardi, e che, nel frattempo, la vita sia già stata compromessa irreparabilmente. Simone ha avuto la forza di raccontare, di non rimanere nel silenzio. Ma quanti, invece, rimangono prigionieri di un marchio infamante, senza più riuscire a liberarsene?
La storia di Simone Uggetti, così come la incontro in queste pagine, è una lezione di resistenza e di speranza. Resistenza all’ingiustizia, all’accanimento, al pregiudizio. Speranza che, nonostante tutto, si possa tornare a credere nella giustizia come strumento di verità e non come arma di distruzione. E se c’è un merito grande in questo libro, è quello di restituire umanità a una vicenda che i riflettori avevano disumanizzato.
Quello che auguro a chi leggerà queste pagine è di fermarsi a pensare: dietro ogni “caso” c’è una storia. Dietro ogni titolo, un volto. Dietro ogni accusa, una vita che merita rispetto. La vicenda di Simone è dolorosa, ma è anche un invito alla responsabilità collettiva, soprattutto per chi racconta e per chi ascolta. Perché la giustizia, per essere davvero giusta, ha bisogno non solo di tribunali equi, ma anche di una società capace di aspettare, di non giudicare troppo in fretta, di non confondere la cronaca con la verità.