Il libro di Orlando Paris in uscita a marzo 2026
Mentre queste righe vengono scritte, la cronaca mondiale continua a restituire immagini di distruzione e sofferenza: un genocidio si consuma nella Striscia di Gaza sotto gli occhi attoniti della società civile mondiale; una guerra infuria alle porte dell’Europa; numerosi altri conflitti, più silenziosi ma non meno devastanti, insanguinano molti paesi del mondo e persecuzioni di diversa natura mietono quotidianamente vittime civili.
Parallelamente, nelle democrazie occidentali si assiste a una preoccupante rilegittimazione pubblica del discorso d’odio: retoriche xenofobe, razziste e antisemite, che si ritenevano relegate ai margini della storia, riemergono oggi nei linguaggi della politica, nei media e nello spazio digitale, trovando eco in movimenti e partiti che fanno dell’ostilità verso l’altro un elemento identitario. Non solo: i recenti omicidi di manifestanti a Minneapolis da parte dagli agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), mostrano come odio e violenza siano tornati a occupare un ruolo centrale anche nei meccanismi politici e di potere tanto da mettere in crisi lo Stato di diritto e la democrazia stessa.
Persino in quell’Europa che, dopo le tragedie del novecento, sembrava aver fondato la propria coesione su valori come solidarietà e integrazione, si moltiplicano segnali di regressione: i diritti sociali vengono compressi, le disuguaglianze si acuiscono, mentre migranti, minoranze e comunità vulnerabili tornano a essere oggetto di stigmatizzazione pubblica. Di fatto, le meccaniche dell’odio, della violenza e della denigrazione sono tornate a occupare oggi il centro della scena pubblica, come dispositivi pienamente integrati nelle dinamiche geopolitiche, amministrative, sociali e discorsive. Da questo quadro emerge con forza come l’odio sia una struttura operativa che attraversa le società contemporanee, adattandosi di volta in volta – con intensità diversa – ai linguaggi del potere, alle pratiche istituzionali e agli immaginari collettivi.
Pensare l’odio. L’umano di fronte all’estremo nasce dalla necessità – insieme etica e scientifica – di confrontarsi con questo stato di cose: sia per denunciarlo ma anche per renderne leggibili le logiche profonde, mettendo a fuoco l’intersezione tra odio, potere e società. Come è possibile che razzismo e xenofobia restino così pervasivi nonostante secoli di conquiste civili e di riflessione etica? È davvero inevitabile, per gli esseri umani, costruire un nemico da escludere, umiliare o annientare? E perché, anche dopo le catastrofi del novecento, continuiamo a ricadere negli stessi meccanismi di distruzione?
Il libro prova a rispondere a queste domande interrogando una tradizione di pensiero che, a partire dalla metà del novecento, ha cercato di comprendere che cosa accade all’umano nelle fasi storico/politiche in cui odio e violenza superano una soglia critica e assumono una funzione ordinatrice del mondo sociale: da Hannah Arendt a Michel Foucault, da Giorgio Agamben a Zygmunt Bauman, dagli psicologi sociali come Stanley Milgram agli storici come Raul Hilberg, fino ai più recenti sviluppi degli Hate Studies e dei Genocide Studies. Pensare l’odio ricostruisce questo campo di studi come un archivio operativo, orientato a funzionare quale cassetta degli attrezzi concettuale capace di rendere meno opaco il presente.
I concetti elaborati da questi autori – dal totalitarismo alla biopolitica, dalla banalità del male alle zone grigie della responsabilità, dalla produzione dell’“altro” come nemico alla normalizzazione della violenza – mostrano una sorprendente capacità di svelare le forme contemporanee del potere e di spiegare i meccanismi dell’odio che le caratterizzano. Pensare l’odio significa allora riconoscerne i meccanismi di produzione e di normalizzazione, interrogare il modo in cui viene reso accettabile, amministrabile e legittimo.
Proprio in questa capacità di comprensione critica si gioca oggi una posta decisiva per le democrazie: perché quando la disumanizzazione diventa linguaggio ordinario e la violenza una pratica politica tollerata, è lo spazio stesso del diritto e della convivenza civile a essere messo in discussione.
Per questa ragione, gli studi sull’odio vanno considerati come uno strumento operativo necessario per leggere il presente e per opporsi alle sue derive: un sapere che trova il proprio senso non nella neutralità, ma nella responsabilità, nella parola che smaschera, nel pensiero che non arretra e nell’agire comune che rifiuta di considerare l’odio come un destino inevitabile.