Novembre 2025

La disabilità come metodo

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In dialogo con Chiara Bersani, Flavia Dalila D’Amico, Giulia Traversi

Prima di ogni cosa vorrei capire se ho capito. Crip nasce come riappropriazione politica della parola cripple, un insulto trasformato in forza, come è avvenuto per queer: dalla ferita si ricava un metodo, dal margine un modo di stare al mondo. Crip, dunque, non indica semplicemente un corpo disabile e non funziona come sinonimo di inclusivo: è una posizione critica che mette in discussione la normatività, il mito dell’autonomia, il valore morale attribuito alla produttività, la retorica dell’efficienza, la gerarchia silenziosa tra i corpi che “funzionano” e quelli che devono continuamente giustificare la propria presenza. A me Crip appare come una lente che interroga l’abilismo strutturale e smonta l’inganno dell’utilità regolare. Sul piano politico rivendica la vulnerabilità come condizione condivisa, non come difetto da correggere. Sul piano pratico diventa un metodo: una volontà che assume l’imprevisto come dato, la precarietà come condizione, il tremore come informazione, la lentezza come forma di resistenza. E quando parlate di futuro Crip, non intendete certo un futuro più accessibile dentro i parametri dominanti, ma la possibilità di riscrivere quei parametri, di immaginare altre forme di relazione e di rifiutare l’estrazione delle esperienze come valore di mercato.

Crip non è uno stato, interrompe la pretesa della norma di definirci: non designa un’identità fissata, né un’appartenenza da rivendicare. È una pratica, un esercizio continuo di attenzione al modo in cui tutti i corpi resistono e si adattano, cedono e resistono. Non è un distintivo, ma un gesto che sposta lo sguardo: un modo di rifiutare il modello abile come misura del valore umano. 

D. Il vostro testo nasce da appunti di lavoro? Come avete utilizzato questo passaggio dalla confidenza alla pagina, dal privato alla stampa?

R. Prima di ogni cosa è un carteggio intimo, uno scambio di pensieri, emozioni e pratiche di vicendevole sostegno. È stato chat, mail, bigliettini, lettere, podcast. Ora è diventato un libro, una piccola raccolta di segrete tattiche di respiro ai bordi del possibile. Accompagna il processo creativo di due produzioni di Chiara Bersani e nasce come un dialogo a tre voci, con diversi inizi e senza conclusione. È nato dalla necessità di stare insieme nel tremore, più che dal desiderio di costruire un oggetto. Poi si è trasformato in pagine scritte, non per arrestare il flusso desiderante dei nostri scambi, ma per condividere certe forme di intimità con ad altre mani, altri respiri. Ci assumiamo il rischio di questa trasformazione perché non è mai stata la nostra priorità proteggere la fragilità: semmai coltivarla come terreno di incontro e postura politica.

D. Scrivete che questa trasformazione è “contraddittoria, se non presuntuosa”. Avvertite così forte la contraddizione?

R. Non abbiamo scritto un decalogo su come rendere accessibile la società, né abbiamo tentato di riportare la norma alla norma o di estrarre dalla carne dati per un mondo migliore. Al contrario, abbiamo provato a rompere ogni struttura e ogni modello estrattivo, contestando la tendenza ad astrarre dalle vite teorie generiche. Il libro è uno slancio ad allenare la postura a parare l’imprevisto per generare pratiche trasformative. Congelare un tremolio, un pensiero, un’emozione, una paura, in una pagina stampata sa di astrazione, di estrazione. E noi volevamo sottrarci all’estrazione. Sappiamo che la scrittura fissa ciò che nella vita si muove. Sappiamo quindi che può suonare contraddittorio, se non presuntuoso, riportare i nostri scambi intimi su carta stampata. Ma abbiamo imparato a nutrirci delle contraddizioni come condizione esistenziale. Le contraddizioni, per noi, sono un modo di stare, la natura stessa delle nostre identità.

D. D’accordo, non offrite soluzioni né decaloghi. Perché rifiutate la struttura della guida, del manuale, dell’indicazione operativa?

R. Perché ogni tentativo di semplificazione tradisce la complessità dei corpi. Non c’è nessun decalogo su come rendere accessibile la nostra società, nessun tentativo di riportare alla norma. Non cerchiamo di aggiustare il mondo con un kit di istruzioni: cerchiamo di aprire spazi in cui il mondo possa smettere di essere così rigido. La nostra è una scrittura che vuole disordinare, non ordinare. Il corpo, per noi, è un corpo di suoni che diventa disturbo, rumore, riposo, paura. È eccesso di racconti situati che riportano le teorie alla concretezza dei fatti. È un luogo in cui la disabilità diventa metodo di scrittura, relazione e resistenza al capitalismo.

D. Il libro accompagna due produzioni artistiche, Mitchel – The Animals I Am e Left Behind. In che modo queste opere hanno plasmato la vostra scrittura?

R. Questi lavori sono stati come fratture nella superficie del quotidiano: richiedono cura, ascolto, riposizionamento. La scrittura si è lasciata attraversare dal processo creativo, dai corpi che provano e che abitano la scena, non come metafora ma come realtà materiale. Scrivere accanto a un processo performativo significa rimarcare che la teoria non venga mai prima della pratica. L’assemblaggio che si legge qui è uno slancio incauto a parare l’imprevisto, una rottura con il modello estrattivo, come dicevamo, che recupera dalle vite specifiche teorie generali. È una raccolta di inciampi sull’abilismo e sulla produttività sfrenata nelle arti performative, vista dalle nostre prospettive incarnate.

D. Uno slancio incauto a parare l’imprevisto… notevole! L’imprevisto come struttura non come incidente. Nelle Baccanti Euripide scrive: Le cose pensate, progettate, escogitate non si compiono. Il dio trova sempre la via dell’imprevisto. E Keynes 2300 dopo scrisse al direttore del “New Statesman and Nation”: “L’inevitabile non accade mai. Capita sempre l’imprevisto”. Perché l’imprevisto è centrale nel vostro lavoro?

R. Perché l’imprevisto è la nostra condizione. Non un incidente, non una deviazione: il centro. Siamo cresciute in un mondo che pretende pianificazione, prestazione, controllo. Ma la vita – soprattutto quella dei corpi vulnerabili – è proprio ciò che sfugge a ogni controllo. Allenare la postura a parare l’imprevisto significa smettere di vivere l’imprevisto come fallimento. Significa, invece, riconoscerlo come possibilità trasformativa.

D. “Un corpo di suoni che diventa disturbo, rumore, riposo, paura”: perché questa insistenza sul corpo e sulle sue vibrazioni?

R. Perché il corpo è la materia in cui viviamo e da cui scriviamo, così come la disabilità non è un tema, ma un metodo. Il corpo produce pensiero, produce ritmo, produce teoria situata. Siamo corpi che si infiammano, che oscillano, che si stancano, che desiderano. Siamo un coro di organi parlanti e non vogliamo ridurre questo coro a una voce singola, pulita, corretta. L’imperfezione, il disturbo, la pausa: tutto questo è conoscenza e pratica politica.

D. Parlate dell’impossibilità di ricondurre la vita a teorie generali. Qual è il pericolo dell’astrazione nei discorsi sulla disabilità?

R. L’astrazione trasforma la vita in case study. E l’estrazione – della quale parliamo spesso – è la tentazione di prendere dalle vite altrui ciò che serve a costruire sistemi, formule, modelli. Noi abbiamo provato a fare il contrario: restare nelle vite, nei corpi, nelle contraddizioni. Mettere in crisi la teoria quando è troppo comoda e semplicistica.

D. Vi rivolgete direttamente a chi legge: “tu che sei un coro di organi parlanti”, nel libro c’è questa volontà di interpellare così fisica ed empatica… 

R. Sai perché? Perché nessuno è immune dalla vulnerabilità. Perché chi legge non è mente pura: è un corpo. Volevamo spostare lo sguardo dal concetto astratto di lettore al corpo del lettore: ossa che scricchiolano, muscoli che si irrigidiscono, ormoni che oscillano. Il nostro è un tentativo di chiamare chi legge per ciò che è. Materia viva.

D. Parlate della carta come vicinanza e distanza. Cosa significa pubblicare un libro quando si sa che non tutti potranno leggerlo?

R. Significa assumersi una responsabilità politica. Ci chiediamo, certo, che cosa succede quando un discorso sulla disabilità prende la forma di un oggetto non accessibile a tutte le persone che ne sono protagoniste? 

La carta stabilisce una prossimità tattile, ma anche una distanza temporale, economica, fisica.

Il libro stampato non può essere tutto, né per tutte. Ad esempio non è accessibile a persone cieche. Ma può essere un frammento, un gesto, un appoggio momentaneo.

D. Il contesto storico in cui avete scritto – guerra, fascismi, crisi climatica – è dichiarato apertamente. Come influisce il mondo esterno su un libro così intimo?

R. Non si può parlare di vulnerabilità ignorando la violenza del mondo. Questo libro è scritto dentro un’aria densa: è l’aria della paura collettiva, dell’instabilità globale. Anche se non raccontiamo direttamente quegli eventi, li attraversiamo con il respiro. La precarietà non è estetica: è politica.

D. Desiderate che il libro “si sciolga presto al sole”. Come mai usate questa immagine così, come dire… anti-monumentale?

R. Perché non vogliamo che il libro diventi norma, né oggetto stabile. Lo vogliamo sfilacciato, instabile, permeabile. Un libro che si scioglie è un libro che continua a cambiare, a circolare, a trasformarsi nelle mani altrui. Non un oggetto da conservare, ma un gesto da attraversare. Ciò che resta è la nostra intenzione: farvi sentire il terreno scivoloso, instabile, fluttuante su cui gravitano i nostri corpi, economicamente precari e vertiginosamente desideranti.

D. Chi sperate incontri questo libro? Chi sperate si riconosca?

R. Chi sente la terra scivolargli sotto i piedi. Chi vive nella precarietà economica, affettiva, politica. Chi non cerca consolazioni, ma compagnia nel tremore. Chi sente che il mondo, così com’è, non può essere l’unico possibile.

D. Alla fine, cos’è per voi Prima di ogni cosa?

R. È un esercizio di respiro. È un territorio instabile e al contempo un tentativo di non sprofondare. È un atto di cura reciproca e di conflitto condiviso. È il nostro modo di dire che la vulnerabilità non è una debolezza: è un luogo da cui pensare, creare, resistere. Lo abbiamo scritto in tre, ma avremmo potuto essere in cento, perché le questioni sono come le piante infestanti. Nel groviglio noi siamo in tante: parole rovesciate nelle piazze, intuizioni prestate, argomentazioni incastrate. Il libro è un rito che evoca persone vive e morte, vicine e lontane. Questo libro nasce dal disordine e nel disordine esige rimanere.