Il libro di Antonio Rafele attraversa i flussi dei media e delle immagini per cercarne il controcampo: l’istante in cui la trama inciampa e, proprio lì, si apre una possibilità di conoscenza. Fotografia, replay, serie televisive, manie ed eccessi di una vita in presa diretta disegnano un regno scintillante dove le immagini scorrono senza tregua e ci lasciano inermi, sopraffatti. Esposti a un turbinio convulso e spesso indecifrabile, scivoliamo nel vuoto e nell’indifferenza, fino alla fatica e al disgusto, fino a sentirci estranei al mondo e a noi stessi.
Occorre allora guardare a questi stimoli e ai loro flash non per ricostruirne una storia rassicurante, ma per cogliervi una resistenza, un’interferenza capace di rianimare sensibilità e memoria, e di condurci fuori dal caos, dentro un riflesso — o una parvenza — di noi stessi.
Assumere quest’angolo di osservazione vuole dire scommettere tutto sulle impressioni di un momento, sul primo input dello spettatore, che devia e plasma di impronte i tracciati già prescritti dalla tecnica. Significa riconoscere il valore decisivo di quei gesti minimi che rompono le previsioni e dilatano la percezione. Significa sentirsi partecipi di un conflitto che attraversa le generazioni nella ricerca di senso e intensità contro il mero scorrere del tempo. E fare i conti con il potere dell’effimero, un ritmo che seduce mentre lascia sui corpi segni, scottature, ferite. Cercare, nel vortice del tempo, una soglia: un punto di sospensione che ci permetta, anche solo per un istante, di passare dal ruolo di spettatori a quello di osservatori.
“Qui è il mio spazio. I regni sono argilla e la nostra terra è letame che nutre in ugual misura gli uomini e le bestie” (Antonio e Cleopatra, Atto I, vv. 34-36), è la dichiarazione d’amore che Antonio rivolge a Cleopatra nelle prime schermaglie della tragedia. Il passo porta in grembo una ricorrente metafora di morte, le acque che tutto travolgono e sommergono nell’indistinto, congiungendosi al grido delle battute finali: “Quello che ora è un cavallo, nel tempo di un pensiero il cirro lo cancella e lo rende indistinto come acqua nelle acque” (Antonio e Cleopatra, Atto IV, vv. 233-34). Vivere nel tempo procura l’euforia del momento, i sensi si tendono e risplendono, nel mentre, latente, cresce, come un riflesso, il presagio di una morte o di una catastrofe imminente. Antony è l’immagine di una vita percorsa al galoppo, che tende e sfibra, sino al disfacimento. È una ricerca dell’intensità sopra ogni cosa e tentennamento. È una lotta quotidiana per strappare le parole alla vita; una vita che, al variare delle circostanze, giunge sul punto di rompersi e deflagrare, precipitando nel buio o nell’oscurità. Nel silenzio.
L’Antony and Cleopatra, datato 1607, rifacimento della Roma antica sin dentro le pieghe della Londra moderna, città interna a un crinale della storia, alle prese con profonde trasformazioni che investono l’ordine morale e sensoriale dei suoi abitanti, costituisce, nel mio percorso, l’ideale punto di avvio di una ricerca sull’effimero come tempo dell’esperienza. Il rapido passare (e mutare) degli eventi diviene il centro della percezione, il piano da cui guardare e riconoscere i gesti, i comportamenti, le opinioni, le convinzioni e i variegati livelli di coscienza che contraddistinguono gli individui moderni. L’ambiente circostante – la metropoli, i media, il potere, l’arte – come i risvolti più intimi della personalità – le emozioni, i sentimenti, la memoria, l’identità – vengono riletti, dalla ricerca artistica e filosofica moderna, da Poe a Simmel sino alle serie televisive, come segni del tempo.
Spesso quando vedo vestiti con molte pieghe, gale e ornamenti, che si posano bellamente su bei corpi, penso che non si manterranno lungo in quello stato ma prenderanno pieghe, che non si possono più rimediare stirando, e polvere, che ingrossando nell’ornamento stesso, non si potrà più allontanare e che nessuno vorrà far una così triste e ridicola figura, mettendo al mattino lo stesso vestito prezioso, per levarselo la sera.
Eppure vedo delle ragazze, che sono belle e mostrano diversi muscoli provocanti e piccole ossa e la pelle tesa e masse di capelli sottili, e che giorno per giorno pur compaiono in questa mascheratura naturale, posano sempre la stessa faccia nelle stesse palme delle mani e la lasciano riapparire nello specchio.
Solo qualche volta a sera, quando tornano tardi da una festa, il viso appare loro consunto, gonfio, impolverato, visto da tutti ormai, e che non si può più portare.
Franz Kafka, Vestiti, 1908
Abiti, travestimenti, mascherature divenute ormai naturali, come si legge nello splendido racconto di Kafka. Tutti stupefacenti che alterano la percezione e intensificano l’istante presente. Un incantesimo a cui segue un senso desolante di morte, di già visto e vissuto. Polvere. Come se la vita, nel suo stesso incedere, prevedesse lo sguardo retrospettivo su quanto appena trascorso. Lo sguardo di un estraniato. La vita si riempie di specchi, sdoppiamenti e duplicazioni, ad immagine del celebre dipinto di Magritte, La reproduction interdite, del 1937.
Non sono le immagini, dalla fotografia alla moda sino alla realtà virtuale, i luoghi in cui avviene una straordinaria accelerazione del tempo? Una corsa che, dalla Londra di Shakespeare agli schermi della California, raggiunge sempre nuovi stadi e sfaccettature? Le immagini, questa materia che ci plasma e sfugge, fingendosi ora rifrazione fedele, poco dopo fantasma inafferrabile. Le immagini formano un flusso che prende e trascina, lasciando gli spettatori come inermi, sopraffatti, inconsapevoli. È ancora possibile, e in che condizioni, recuperare un senso e un controllo nel giogo delle immagini? Le immagini, in fondo, esistono soltanto quando diventano una memoria dello spettatore. Ma quando avviene lo stacco, il salto dal piatto scorrere del tempo al ricordo vivo e pungente? Quale sguardo posare sulle immagini affinché l’osservatore si appropri realmente di esse nel raggiungimento di una verità (la propria, singolare verità), al di là di un mero intento classificatorio, così diffuso e inefficace, che, anziché schiarire, amplifica il caos e il disordine?
Qui è il mio spazio. Media e Romanticismo si sofferma sui flussi, dalla fotografia al replay sino alla “vita in diretta” dei social, per trovare il loro controcampo, l’attimo in cui la trama fa inciampo, restituendoci una rinnovata esperienza del sublime. L’esperienza degli istanti. Il brusco arresto che procura in noi una deviazione dal consueto è una sospensione del tempo, l’attimo in cui lo sguardo si dilata conducendoci fuori dall’ordinario. In un istante un gesto rompe le attese, procurando l’esperienza del sublime. In un istante avviene lo choc che spezza gli equilibri riportando in superficie il rimosso (come alla vista degli amanti tra gli scavi di Pompei in Viaggio in Italia di Rossellini). In un istante, infine, si realizza dentro di noi un flashback, un corto-circuito fra presente e passato, che ci eleva permettendoci di afferrare un frammento nella dispersione. Conoscere significa allora avvicinarsi allo sguardo del detective, alla cui storia, nella lettura di Kierkegaard e Benjamin, è dedicata la seconda parte del saggio.
È questa pena riflessa che intendo porre in rilievo e, per quant’è possibile, rendere evidente in alcuni ritratti. Li chiamerò “silhouettes” sia per subito ricordare con questa denominazione che è dal lato oscuro della vita che li traggo, sia perché, così come delle silhouettes, non sono immediatamente visibili. Se prendo tra le mani una silhouette, non ne ricavo nessuna impressione, non me ne posso fare nessuna vera rappresentazione, e solo quando la alzo verso la parete, e dunque non bado all’immagine immediata ma a quella che sulla parete si mostra, solo allora la vedo. Se guardo un foglio di carta, all’osservazione immediata esso può forse risultare di nessun interesse, ma solo tenendolo alzato alla luce del giorno e penetrandolo con lo sguardo, insomma guardandolo in trasparenza, ne scopro la sottile immagine interiore, che, per così dire, è troppo psichica per essere vista immediatamente.
Søren Kierkegaard, Enten-Eller, 1843
Alle opacità, di cui sono disseminate le immagini al di là del loro apparire rapido e sfuggente, corrisponde uno sguardo che si posa sui dettagli e sulle minute interferenze. Uno sguardo che, scavando senza sosta, scorge infine una linea nascosta. È il metodo di una persona in crisi, che avanza col poco che ha, che ottiene al termine qualche briciola, e niente più. Ma è anche un gesto di sopravvivenza, uno slancio per riemergere e toccare terra, per resistere e non divenire trasparenti, uomini fatti di carta e di celluloide, oppure uomini rannicchiati su se stessi, chiusi nell’ombra, presto invisibili, come gli Angeli di Wenders fra le strade di Berlino.Qui è il mio spazio è un libro disseminato di anacronie; pensieri, immagini e citazioni del passato, spesso posti in esergo, non sono ornamenti per abbellire il discorso, bensì luci e raggi che in un istante conferiscono profondità al presente. Del passato si compie un uso, mai una messa in rilievo, che mancherebbe da subito ogni senso dell’urgenza e della necessità. Recuperare il valore degli istanti, il loro potere di condurci fuori dal tempo, e così dentro la conoscenza, rafforza la convinzione che, oltre i tracciati già prescritti dalla tecnica, resti ancora essenziale l’input dello spettatore, un bisogno sentito che interrompe il flusso per poi dare nuovo slancio alla marea.