Nel tempo dell’irrealtà
Nel primo volume dei Quaderni, Simone Weil scrive: «È bene ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose, male ciò che gliela toglie». È una frase che sembra appartenere a un’altra epoca e invece parla con precisione del nostro presente. L’odio comincia così: togliendo realtà. Prima ancora di colpire un corpo, impoverisce uno sguardo. Riduce una persona a categoria, bersaglio. Lo vede come una minaccia, un ostacolo. Sottrae complessità al diverso, al divergente, allo straniero, al migrante. Gli impedisce di apparire nella pienezza della sua esistenza. L’odio, pertanto, non è soltanto un sentimento privato o una degenerazione del discorso pubblico: è una forma di irrealtà prodotta socialmente, amplificata dai media e utilizzata politicamente. Simone Weil scriveva che «l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità» e aggiungeva che a pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono. In questa scoperta si trova forse il fondamento più esigente di ogni morale: riconoscere la realtà dell’altro, non ridurla a funzione del nostro pregiudizio.
Da qui nasce questa rubrica quindicinale di Orlando Paris – professore di Filosofia e teoria dei linguaggi all’Università per Stranieri di Siena e autore di Pensare l’odio. L’umano di fronte all’estremo – non per aggiungere un commento impotente all’indignazione, ma per interrogare le forme contemporanee attraverso cui l’odio torna a organizzare il dicibile, il pensabile. Razzismo, xenofobia, violenza politica, partecipazione ormai conclamata di capi di Stato alla grammatica dell’annientamento: sono tutti luoghi nefasti in cui si decide quanta realtà siamo ancora disposti a riconoscere agli esseri umani.Pensare l’odio significa custodire una soglia: impedire che l’altro venga reso irreale prima ancora di essere escluso. Annientato. È su questa soglia, fragile e decisiva, che il linguaggio deve tornare a essere una forma di attenzione: non il rumore che accompagna la violenza, ma la responsabilità in cui la realtà dell’altro viene riconosciuta.
Tredici giovani minorenni denunciati a Siena per apologia di fascismo e nazismo, accusati di aver progettato aggressioni razziste contro migranti. Pochi giorni prima, a Taranto, Sako Bakari, bracciante originario del Mali, viene ucciso da un gruppo di ragazzi, tre dei quali minorenni. Due vicende gravissime, accompagnate da un assordante e inquietante silenzio dei partiti che governano il Paese. Due vicende che non possiamo derubricare a semplici episodi di cronaca. Entrambe ci parlano di un fenomeno ormai endemico nelle società contemporanee: la crescente legittimazione del razzismo e il ritorno della violenza come modalità ordinaria di gestione delle relazioni sociali. È in questo brodo di coltura che prosperano ideologie fondate sull’esclusione e sulla disumanizzazione: quel fascismo e quel nazismo che stanno progressivamente riconquistando spazi culturali e istituzionali. Fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare una simile legittimazione pubblica. Oggi, invece, simboli e parole d’ordine che sembravano confinati ai margini della vita democratica tornano a circolare con crescente disinvoltura, attraversano il dibattito pubblico, trovano visibilità nei media, alimentano campagne elettorali e costruiscono consenso.
Per questo i fatti di Siena e Taranto dovrebbero interrogare tutti noi. Ci interrogano perché sono il prodotto di un clima politico e culturale che attraversa oggi gran parte dell’Occidente: un clima segnato dall’avanzata di forme di populismo autoritario che hanno profondamente trasformato anche il nostro dibattito pubblico. Pensiamo al terribile fatto di cronaca avvenuto pochi giorni fa a Modena. Una tragedia che avrebbe richiesto riflessione e prudenza è stata invece immediatamente trascinata dentro la macchina della propaganda. Nel giro di poche ore il dolore delle persone coinvolte è diventato materia per la costruzione del nemico e per l’ennesima ondata di ostilità che ha attraversato i social network, i talk show televisivi e le pagine di quei giornali che da anni alimentano una narrazione fondata sulla paura e sull’esclusione.
Eppure i fatti raccontavano altro: l’autore dell’aggressione era un giovane nato e cresciuto in Italia, mentre tra coloro che hanno fermato la sua furia vi erano anche due migranti arrivati nel nostro Paese da poco tempo. Una circostanza che restituisce tutta la complessità delle società contemporanee e mostra quanto siano fragili le letture costruite attorno a identità compatte e appartenenze omogenee. I drammatici fatti di Modena ci hanno mostrato, ancora una volta, la persistenza di stereotipi e pregiudizi razziali, spesso radicati in una concezione biologica dell’umano, ma anche la tossicità di una sfera pubblica sempre più incapace di confrontarsi con la complessità dei fenomeni sociali e sempre più incline a trasformare ogni evento in uno slogan o in un’occasione di banalizzazione.
Le nostre società sono ormai attraversate da questa forma di discussione pubblica, alimentata da leader politici spregiudicati e pronti a strumentalizzare qualsiasi vicenda per rafforzare il proprio consenso. A questo si aggiunge il linguaggio delle leadership internazionali: come ha recentemente osservato Giorgio Agamben, parole che evocano annientamento e morte vengono pronunciate apertamente da capi di Stato e leader politici, entrando senza mediazioni nel flusso quotidiano dell’informazione. La brutalità viene esibita pubblicamente e rivendicata come prova di forza. Basti pensare ad alcune recenti dichiarazioni di Donald Trump e Benjamin Netanyahu sull’Iran. Assistiamo così a una progressiva erosione di quelle soglie simboliche che per decenni avevano contribuito a contenere la legittimazione pubblica della violenza.
Questo è il mondo nel quale viviamo. Questa è la sfera pubblica che ogni giorno interpreta gli eventi della contemporaneità e contribuisce a formare l’immaginario delle nuove generazioni. È dentro questo orizzonte culturale che maturano fenomeni come quelli di Siena e Taranto, ed è dentro questo stesso orizzonte che occorre tornare a interrogare il rapporto tra linguaggio, potere e odio. Naturalmente nessuno può sostenere che esista un rapporto meccanico tra le parole dei governi e le azioni di un gruppo di adolescenti. Le società sono molto più complesse. Esiste però una relazione evidente tra il clima discorsivo e culturale di un’epoca e ciò che diventa pensabile al suo interno. Le idee non restano confinate nei palazzi della politica o negli studi televisivi: circolano e producono effetti. Per questo sarebbe sbagliato considerare Siena e Taranto come semplici fatti di cronaca.
Questi eventi ci raccontano qualcosa di più profondo. Ci raccontano quello che siamo diventati: una società nella quale il razzismo e la xenofobia hanno progressivamente recuperato legittimità pubblica e nella quale la violenza viene sempre più spesso percepita come una risposta accettabile ai conflitti; una società che fatica a riconoscere il peso delle parole che utilizza e dove la polarizzazione erode progressivamente gli spazi del confronto democratico.