“Gli alieni camminano tra noi”. “Vivono nei nostri quartieri”, “frequentano le scuole dei nostri figli”, “fanno acquisti nei nostri stessi negozi”. Sono queste le prime frasi che accolgono il visitatore di Aliens.gov, il recente sito lanciato dalla Casa Bianca.
L’estetica del sito attinge all’universo della cospirazione e dell’invasione aliena: documenti classificati e un immaginario costruito per evocare inquietudine e sospetto. Scorrendo la pagina, tuttavia, si comprende che gli “aliens” di cui si parla non provengono da un altro pianeta, sono gli immigrati irregolari. L’intero dispositivo comunicativo si fonda su questa ambiguità semantica (“aliens”) che vorrebbe costruire un meccanismo ironico, ma che fa emergere la brutalità di una retorica disumanizzante ed escludente che trasforma il migrante in una presenza estranea e potenzialmente minacciosa.
In apertura del sito compare un contatore che registra il numero degli arresti effettuati dall’inizio della seconda amministrazione Trump, poco sotto, una mappa interattiva localizza le operazioni dell’ICE contro gli immigrati, trasformando l’attività di repressione in una geografia visibile e costantemente aggiornata. Seguono gli elenchi degli arresti e delle espulsioni, presentati come prova di un’azione in corso e dell’esistenza di una minaccia da contenere. Il percorso si conclude con un invito alla partecipazione diretta: un pulsante dedicato alle segnalazioni rimanda al sito dell’ICE, l’agenzia federale responsabile delle operazioni di immigrazione e deportazione.
Nel sito, di fatto, il fenomeno migratorio viene raccontato attraverso l’immaginario dell’invasione e della presenza estranea che si muove all’interno della comunità nazionale. Viene costruita una precisa rappresentazione della nazione: da una parte un “noi” legittimo, radicato, considerato il titolare naturale della comunità politica; dall’altra una presenza sospetta, venuta dall’esterno, da segnalare e reprimere. C’è però un merito involontario di Aliens.gov: quello di esplicitare, in modo volgare e inaccettabile, una dinamica profonda che attraversa molte democrazie contemporanee, ossia la costruzione di comunità nazionali sempre più chiuse, rappresentate come realtà omogenee sul piano culturale ed etnico. Comunità che proprio a partire da questa presunta omogeneità tendono a definire se stesse attraverso l’esclusione di chi viene percepito come estraneo.
È una dinamica, questa, che Hannah Arendt aveva colto con straordinaria lucidità già a metà del novecento. Tornare oggi alle sue riflessioni può aiutarci a leggere quanto sta accadendo oltre la contingenza politica, collocandolo all’interno di una più ampia genealogia delle nozioni di nazione e cittadinanza. Nelle pagine di Noi rifugiati e nel nono capitolo delle Origini del totalitarismo, Arendt individua infatti una contraddizione che attraversa la nozione stessa dello Stato-nazione, una contraddizione che continua a manifestarsi nel presente, ogni volta che la gestione dei processi migratori riporta in primo piano la questione della delimitazione della comunità nazionale: per Arendt lo Stato si configura infatti come una costruzione giuridica e politica fondata sull’uguaglianza formale dei cittadini davanti alla legge; la nazione tende invece a presentarsi come una presunta comunità costruita attorno a un patrimonio culturale comune, a un ethos, ma anche attorno all’idea di un’omogeneità quasi “biologica”, a un ethnos.
Arendt continua sottolineando come la dimensione nazionale ha finito per sovrapporsi a quella statuale, fino ad assorbirla: in questo processo la cittadinanza cessa di apparire principalmente come una categoria politica e giuridica e tende a trasformarsi in una categoria identitaria; i diritti stessi che lo Stato dovrebbe garantire in quanto universali vengono di fatto subordinati all’appartenenza a quella specifica identità nazionale.
È difficile non vedere in questa analisi una chiave per comprendere ciò che accade oggi. Naturalmente il contesto storico è diverso da quello degli anni Trenta e Quaranta, eppure la logica che Arendt descrive conserva una sorprendente attualità: gli “alieni” evocati dal sito della Casa Bianca sono, prima di tutto, persone collocate ai margini della cittadinanza e della protezione giuridica e le operazioni dell’ICE mostrano concretamente questa dinamica, attraverso pratiche di detenzione ed espulsione che sollevano interrogativi profondi sull’universalità delle garanzie proprie dello Stato di diritto. Ma c’è un ulteriore elemento che rende il quadro contemporaneo particolarmente inquietante. Se la subordinazione dello Stato alla nazione tende già a restringere l’universalità dei diritti, in alcuni contesti assistiamo oggi a un passaggio ulteriore: la comunità nazionale viene sempre più spesso rappresentata come una comunità definita dall’origine e dal sangue.
Sembra, in altre parole, riemergere una concezione biologica dell’appartenenza nazionale, e a suggerirlo non sono soltanto le numerose testimonianze relative alle modalità operative dell’ICE, accusata in più occasioni di effettuare controlli e identificazioni sulla base di marcatori “etnici” o somatici; ma lo mostrano anche le parole utilizzate da Donald Trump durante tutta la campagna elettorale del 2023, quando sostenne in più occasioni che i migranti starebbero «avvelenando il sangue della nostra nazione».
Aliens.gov, così come le dichiarazioni di Trump, sono entrambi il sintomo esplicito di un processo che attraversa gran parte dell’Occidente: la difficoltà crescente delle democrazie contemporanee a pensare il fenomeno migratorio e la questione della cittadinanza al di fuori della categoria dell’identità culturale o biologica che sia. La lezione di Arendt conserva perciò tutta la sua attualità: le democrazie entrano in crisi quando cercano di sciogliere il problema dell’appartenenza a una comunità nazionale attraverso formule che trasformano differenze culturali e caratteristiche attribuite come naturali in criteri di inclusione ed esclusione politica. È una strada questa che il novecento ha già percorso e di cui conosciamo le conseguenze.
Proprio per questo la questione migratoria continua a essere uno dei luoghi decisivi in cui si misura la qualità delle nostre democrazie: ripensare oggi il rapporto tra Stato, nazione e cittadinanza significa anzitutto recuperare l’intuizione arendtiana secondo cui esiste un “diritto ad avere diritti”, vale a dire il diritto di appartenere a una comunità politica nella quale ciascuno possa essere riconosciuto come soggetto titolare di diritti indipendentemente dalla propria origine. Significa inoltre riconoscere, come ha recentemente sottolineato Lea Ypi, che la cittadinanza non può essere concepita come un privilegio ereditato, ma come uno strumento attraverso il quale costruire forme più ampie di uguaglianza politica. In questa prospettiva la comunità nazionale cessa di apparire come una realtà definita dal sangue o da una presunta omogeneità culturale e torna a essere ciò che dovrebbe essere in una democrazia: una comunità politica aperta e radicata nel pluralismo. È su questo terreno che si gioca una delle sfide decisive del nostro tempo e l’idea stessa di democrazia che intendiamo ri-costruire.