In questi giorni il presidente Trump e il senatore di sinistra Sanders sono d’accordo. Non su tutto, ovviamente. Ma su una cosa sì: una parte della ricchezza che l’intelligenza artificiale sta generando dovrebbe tornare nelle tasche dei cittadini americani. Trump vuole che il governo compri quote di Anthropic, OpenAI, Google, SpaceX. Sanders propone un fondo sovrano finanziato tassando le stesse aziende al 50%, con azioni distribuite al pubblico. Due persone che rappresentano mondi inconciliabili, che convergono su un principio.
Vale la pena fermarsi su questa convergenza, perché è più rivelatrice di quanto sembri e più pericolosa.
È una reazione immunitaria del sistema al potere Big Tech. Lo Stato che si fa azionista delle grandi aziende del digitale non redistribuisce il potere: acquista il consenso sociale a prezzo di saldo. Lo Stato e le piattaforme si saldano in un unico cartello tecno-feudale e al cittadino riceve un dividendo, un obolo. Qualcuno potrebbe dire; meglio sedati con ventimila dollari all’anno che svegli e senza lavoro né reddito. È una risposta comprensibile ma sbaglia il bersaglio.
Il problema del dividendo non è che sia troppo poco; ciò che manca al dividendo non è l’ammontare: è che non genera capacità decisionale, non produce potere politico e non determina gli obiettivi dell’infrastruttura. Ti remunero come beneficiario ma non ti riconosco come co-proprietario. E la differenza tra chi riceve senza poter decidere e chi partecipa alla decisione non è una distinzione di reddito ma una distinzione di potere, una distinzione che pesa precisamente adesso, nel momento in cui le infrastrutture che governano il lavoro, l’informazione e la decisione collettiva stanno diventando le infrastrutture più potenti che la storia umana abbia mai prodotto.
Trump ragiona da investitore puro e non pretende di fare altro: lo Stato cattura rendita, il cittadino riceve un dividendo, la struttura di potere resta intatta. Sanders va più in profondità, almeno pone il principio della proprietà pubblica diretta, e su questo ha ragione. Ma anche lui tace sulla cosa che conta di più, chi governa quel fondo, con quali regole, con quali anticorpi contro la cattura politica e industriale e senza rispondere a quella domanda qualunque fondo sovrano resta un nuovo nome per la stessa vecchia storia: il potere che si sposta da un centro a un altro lasciando i cittadini a guardare da fuori.
Una direzione che si può proporre è un’architettura diversa, senza essere utopia: in Europa esistono già istituzioni che amministrano collettivamente acqua, energia, foreste e infrastrutture territoriali, dai consorzi idrici alle comunità energetiche, dalle Regole alpine alle cooperative di comunità, istituzioni vive, con governance reale, che hanno resistito per secoli alla cattura privata e statale. Sono comunità che gestiscono il bene comune in proprietà collettive. La domanda è perché il dato e il calcolo, la risorsa più preziosa dell’economia che viene, dovrebbero essere trattati diversamente da un bosco o da una sorgente d’acqua. Non lo Stato che compra quote di Anthropic, dunque, ma comunità, territori, università e cooperative che co-possiedono le infrastrutture che abitano. Un fondo sovrano, certo, ma federale nel senso pieno, policentrico, distribuito su scale diverse, governato da nodi con autonomia reale, costruito sulla sussidiarietà e non sulla delega verso l’alto, dove il computer, la capacità di calcolo disponibile, diventa ciò che l’elettricità è stata per l’industrializzazione: una risorsa fondamentale che non può essere monopolizzata da pochi soggetti privati né sequestrata da apparati statali in crisi di legittimazione.
Resta il problema fisico e va nominato: l’intelligenza artificiale generativa non è software leggero ma un’acciaieria digitale, i grandi modelli richiedono cluster di calcolo e centrali energetiche dedicate che nessuna cooperativa locale può permettersi, e se non possiedi quella infrastruttura fisica il tuo nodo locale è solo un’interfaccia elegante che affitta potenza di calcolo dal Leviatano centrale, trasformando il federalismo politico in un parassita della centralizzazione tecnica, una decorazione democratica sopra una struttura di potere immutata. Questo però non invalida il progetto, lo radicalizza: il fondo sovrano federale non pretende di addestrare modelli di frontiera in periferia, ma può co-possedere l’energia, i dati, le infrastrutture di storage e le capacità di calcolo a scale intermedie e soprattutto può porre la questione della governance su ciò che esiste già, chi decide chi accede, a quali condizioni, per quali fini, perché il potere vero non sta nel possedere la tecnologia ma nel poter decidere chi ci accede.
E rimane sempre il filo che attraversa tutta questa discussione e che viene sistematicamente ignorato: i sistemi di intelligenza artificiale che Trump vuole comprare e Sanders vuole tassare sono stati addestrati su informazioni prodotte da miliardi di persone, testi, comportamenti, relazioni, corpi trasformati in segnale, materiale che non è stato estratto dal nulla ma è il prodotto collettivo di intere società ceduto gratuitamente in cambio di servizi. Il petrolio ha generato royalties territoriali, l’acqua ha generato i beni idrici e le comunità di gestione, l’energia sta generando le comunità energetiche, mentre i dati, la materia prima più preziosa dell’economia che viene, non hanno ancora generato nessuna istituzione all’altezza, nessun diritto collettivo, nessuna governance condivisa e nessuna forma di restituzione che vada oltre il consenso al cookie. Finché questa lacuna non viene colmata, qualunque fondo sovrano redistribuisce una ricchezza che è già stata sottratta: non è giustizia, è restituzione parziale di un furto strutturale.
E poi c’è il senso più radicale, quello che questo dibattito non riesce ancora a porre: la tecnodiversità non è un problema geopolitico occidentale che si risolve costruendo un’Anthropic europea o un’AI di Stato cinese, ma una condizione cosmologica planetaria, dove il Sud globale, si ci siamo anche noi di fronte al Big Tech, non ha bisogno di dividendi costruiti altrove ma di potere epistemico, di strumenti per raccontarsi, leggersi e giudicarsi da sé. Il multipolarismo non basta perchè molti centri di dominio non sono molti centri di senso.