Ottobre 2026

Il secolo della fantascienza tra utopia e apocalisse

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Prima della fantascienza ci sono il mito, la metamorfosi, il viaggio impossibile, il prodigio, l’allegoria. Esiodo, attivo intorno al 700 a.C., racconta le diverse età dell’umanità e la distanza dall’età dell’oro. Platone costruisce la città ideale e narra la civiltà perduta di Atlantide. Aristofane inventa una città sospesa tra terra e cielo. Luciano di Samosata manda i suoi viaggiatori sulla Luna. Ovidio e Apuleio mettono in scena una domanda che attraverserà anche la fantascienza: che cosa resta dell’umano quando l’umano cambia forma?

L’umanità ha sempre raccontato se stessa spostandosi oltre i confini del possibile. In queste forme antiche possiamo riconoscere domande e immagini che la fantascienza moderna riprenderà entro un orizzonte nuovo, segnato dalla scienza, dalla tecnica e dalle trasformazioni della società industriale. Il viaggio verso altri mondi, l’incontro con esseri diversi, la metamorfosi dei corpi diventano modi per interrogare ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.

Con la nascita di “Amazing Stories” nel 1926 questo immaginario conquista uno spazio editoriale. Nel secolo successivo attraversa la letteratura, il fumetto, il cinema, la televisione e i media digitali. Esplora le promesse e le minacce del progresso, fa della macchina uno specchio dell’umano e dell’apocalisse una domanda estrema sul destino della vita collettiva. La fantascienza diventa così un laboratorio simbolico della modernità, capace di dare forma alle sue speranze, alle sue paure e alle sue contraddizioni.

Fantasmi del futuro. Il secolo della fantascienza tra utopia e apocalisse di Sergio Brancato, in uscita a novembre, nasce da questa prospettiva: rileggere cent’anni di immaginazione fantascientifica per comprendere le trasformazioni del nostro tempo e riconoscere i fantasmi che abitano il presente.

La fantascienza è per molti versi un oggetto misterioso: amato oppure odiato, quando non disprezzato, questo genere attrae un vasto pubblico ma lascia spesso perplessi i critici che non sanno come inquadrarlo. È una lettura amena e d’evasione, utile solo a ingannare il tempo, o al contrario si tratta di una forma culturale in grado di rivelare, oltre le apparenze del fantastico e del weird, realtà più profonde?

Cogliendo l’occasione del secolo di vita della science fiction, questo libro tenta di comprendere cosa si celi dietro i suoi fantasmi, oltre le configurazioni dei suoi mostri e dei suoi alieni, nei seducenti territori delle sue utopie (o distopie) e delle sue apocalissi, giungendo alla conclusione che – lungi dall’essere un semplice divertimento per le masse, o forse proprio per questo – la fantascienza è stata invece la migliore metafora del Novecento.

A ben vedere, infatti, nessun altro genere letterario s’è rivelato capace di raccontare i tormenti e l’euforia del secolo breve con la stessa efficacia dei racconti di invasioni aliene e viaggi negli abissi del tempo, bizzarre avventure nate nello spazio marginale delle riviste popolari a basso costo che – insieme al cinema, ai comics, alla radio – cent’anni fa contribuirono a rivoluzionare il rapporto tra cultura e società attraverso processi accelerati di rifondazione dell’immaginario. Lette in filigrana, le storie e le immagini della fantascienza ci restituiscono una fedele e appassionante storia sociale del nostro tempo.

Quei romanzi e quei racconti hanno attraversato l’intero universo dei media e, con esso, il crepuscolo della modernità, la sua twilight zone, raccontandolo e rendendolo accessibile a tutti, così traghettandoci nelle terre incognite del nuovo millennio. Come sosteneva il suo scrittore forse più noto, Isaac Asimov, l’obiettivo primario della fantascienza non è magnificare la scienza e la tecnologia ma interrogarsi su cosa il progresso produca nella vita quotidiana degli esseri umani, se e quanto ne muti la natura.

Immaginando il futuro, la science fiction mette in scena i conflitti del presente e ne restituisce i significati profondi. È quanto cogliamo soprattutto nei grandi autori del dopoguerra, la generazione inquieta scaturita dalle crisi epistemologiche di Auschwitz, di Hiroshima e della televisione: Philip K. Dick, J. G. Ballard, Robert Silverberg, Thomas M. Disch, Harlan Ellison e Philip J. Farmer sono scrittori tra loro diversissimi sul piano estetico e ideologico, ma li vediamo accomunati dalla tensione critica verso gli esiti della civiltà occidentale. Così come avviene anche per grandi interpreti del fumetto come Jack Kirby, Sydney Jordan, Moebius, Katsuhiro Ōtomo, oppure per cineasti quali Ridley Scott, Christopher Nolan, Denis Villeneuve, Spike Jonze. Perché la science fiction è l’osservatorio privilegiato sui cambiamenti in atto sotto la pelle della società di massa, lo sguardo che anticipa e rivela i contorni della società digitale e dell’intelligenza artificiale.

Come sosteneva il sociologo Jean Baudrillard, mentre simula di occuparsi del futuro, la fantascienza è invece l’unica letteratura a guardare davvero verso il presente, a tentare di illuminare le zone d’ombra che il senso comune ignora. E questo basterebbe a celebrare i cento anni di un genere popolare che dall’alba del novecento a oggi ci ha donato, al contempo, divertimento e consapevolezza.