Per molto tempo il lavoro non è stato soltanto ciò che facevamo: ha organizzato il nostro tempo, definito i confini delle appartenenze e soprattutto ha pronosticato il futuro. Oggi quell’architettura mostra cedimenti preoccupanti. La domanda non riguarda soltanto quale lavoro faremo, ma che cosa potrà dare forma alle nostre esistenze quando il lavoro non sarà più sufficiente a farlo.
I Greci avevano una parola, “metaxu”, per indicare ciò che sta in mezzo: non un intervallo vuoto che separa due termini, ma lo spazio che permette loro di entrare in relazione. Anche l’apprendimento accade lì. Tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non conosciamo; tra chi insegna e chi apprende, ruoli che continuamente si scambiano; tra generazioni e saperi differenti, tra l’autonomia di ciascuno e il mondo che nessuno può comprendere da solo. L’apprendimento, visto da questo luogo intermedio, smette di essere qualcosa che si possiede: diventa ciò che scorre, e passando modifica chi lo offre e chi lo riceve.È in questo spazio che Nicola Zanardi colloca l’ipotesi di una società dell’educazione. Se il lavoro perde progressivamente la capacità di essere l’unico grande ordinatore del tempo, del reddito, dell’identità e del riconoscimento sociale, l’apprendimento può diventare un’altra infrastruttura della vita comune. Ma perché possa esserlo occorre ripensarne le condizioni: il sapere come risorsa comune e l’accesso come diritto; ciascuno docente e discente lungo l’intera esistenza; una sicurezza materiale che renda possibile imparare anche a chi non lavora, non lavora più o forse non lavorerà; figure capaci di orientare nell’abbondanza delle conoscenze; l’intelligenza artificiale assunta come amplificatore senza trasformarla in oracolo; imprese, fondazioni e associazioni chiamate a una nuova responsabilità educativa. Fino a immaginare un’ecologia dell’apprendimento, nel quale apprendere significa cura relazionale.
Le pagine che seguono introducono “Impariamo per stare al mondo. Una società dell’educazione”, il libro di Nicola Zanardi che uscirà a dicembre. E aprono alla domanda fondamentale: se il lavoro non basta più a organizzare il senso di una vita, possiamo immaginare una società nella quale sia l’apprendimento a diventare uno dei modi essenziali dello stare al mondo?
La lenta dissolvenza del lavoro come principio organizzatore delle esistenze è una frattura d’epoca, un vuoto da colmare puntando sull’apprendimento come processo continuo e vitale per stare al mondo.
Per gran parte del novecento la formazione ha funzionato come un lasciapassare: si studiava per un tempo definito, si otteneva un titolo, e il modello reggeva perché le competenze acquisite conservavano rilevanza per decenni. Oggi il ciclo di vita di una competenza tecnica si misura in anni, talvolta in mesi. Ne consegue un cambiamento di statuto: la formazione non è più una fase della vita che si conclude, ma un metabolismo continuo e necessario. Qualcosa che, come respirare o nutrirsi, non può mai smettere.
Questo assunto non è certo nuovo. John Dewey l’aveva già formulato nel 1916, sostenendo che l’apprendimento non precede l’età adulta come una tappa propedeutica, ma è il modo stesso con cui l’essere umano si adatta di continuo a un ambiente in mutamento. “L’educazione non è preparazione alla vita”, scriveva, “è la vita stessa”. Un’idea che, dentro un sistema scolastico ancora rigidamente separato dall’esperienza, suonava quasi paradossale. Un secolo dopo, lo stesso assunto descrive con precisione ciò che richiedono le trasformazioni tecnologiche in atto: il sapere non è un serbatoio che si riempie una volta per tutte, ma una pratica da esercitare senza sosta, pena l’atrofia.
Da una prospettiva diversa, quella della filosofia europea continentale, José Ortega y Gasset aveva colto nel 1930 una tensione analoga: quella tra la cultura generale – cioè la capacità di orientarsi nella complessità, di fare sintesi tra domini diversi – e la specializzazione tecnica, che le università del suo tempo privilegiano già in nome dell’efficienza. La sua diagnosi è stata profetica: un’università che produce solo specialisti forma persone di grande competenza in un campo ristretto, incapaci quasi sempre di collocare ciò che sanno nel quadro più ampio di una esistenza. Un secolo dopo quella tensione non si è affatto sciolta, possiamo tranquillamente dire che si è riempita di nodi ancora più difficili da districare. E la sua proposta, formare la persona prima del professionista, è più urgente che mai.
C’è un’immagine capace di rendere concreto questo bisogno senza scadere nella retorica edificante: quella del pit stop automobilistico. Fare benzina, controllare le gomme, non verificare i livelli per correre di più, ma perché fermarsi periodicamente è la condizione per poter continuare a muoversi. Il sapere, in quest’ottica, non è un accessorio per chi può permetterselo: è una necessità vitale universale, tanto quanto mangiare o dormire. La mente, come un motore, si deteriora se non viene manutenuta. E lo fa in modo invisibile. Le persone continuano a vivere e, chi può, anche a lavorare, a sembrare complessivamente adeguate, mentre le mappe con cui interpretano il mondo si rivelano silenziosamente fallaci, finché l’inadeguatezza esplode in una crisi che sembra improvvisa ma ha motivazioni forti e anche individuabili. Servono dunque istituzioni capaci di organizzare e rendere accessibili sia i momenti di rigenerazione, sia, in generale, in grado di indirizzare e di accompagnare una cultura individuale che riconosca l’imparare come la condizione permanente di chi vuole restare capace di contribuire a un mondo che cambia.
Questo bisogno di apprendimento continuo non nasce per caso proprio ora: nasce perché il paradigma su cui abbiamo costruito la vita adulta, ossia il lavoro come centro dell’identità, la carriera come traiettoria lineare, non regge più il confronto con la realtà che esso stesso ha prodotto. Non è una delle tante crisi cicliche già attraversate dal capitalismo, divenute sempre più frequenti nel nuovo millennio. È una rottura d’epoca, il cambio di un paradigma epocale. Il paradigma, per definizione, finché funziona, resta invisibile, diventando percepibile solo quando si inceppa, e in quel momento, tutti credono che sia il mondo, e non la mappa, a essersi guastato. La distinzione conta, perché orienta la risposta che stiamo cercando: se la falla è nella realtà, la soluzione è politica in senso stretto, e si possono, in teoria, correggere le distorsioni. Se il guasto è nel paradigma, serve un cambio di prospettiva costruito lentamente attraverso pratiche, linguaggi e anche istituzioni nuove e diverse.
A rendere il presente così instabile è il fatto che questi paradigmi entrano in crisi tutti insieme. È la crisi del lavoro mentre cede la rappresentanza politica, mentre incalza quella ecologica, mentre preme quella demografica, mentre vacilla l’autorità etica, la capacità collettiva, cioè, di distinguere e scegliere il sapere dall’opinione, l’argomento dalla suggestione, la verità dalla finzione. Queste crisi non si sommano: si moltiplicano. Si rinforzano a vicenda, innescano spirali che accelerano il deterioramento. Curare un sintomo isolato, come la disoccupazione, senza affrontare la distribuzione ineguale del sapere, equivale a tamponare una ferita ignorando l’infezione che la alimenta.
Il lavoro non scompare in senso assoluto, si sta però dissolvendo come snodo essenziale del tempo, dell’identità, del significato. Una dissolvenza lenta, documentata dalla polarizzazione crescente tra lavori iper-qualificati e di sussistenza, dallo svuotamento del ceto medio, da un’automazione che risparmia i vertici – che riportano alla creazione del valore finanziario, ossia i dividendi – e colpisce tutto il resto. Dissolve quel ceto medio che era fondamento del patto sociale del dopoguerra e maggioranza quantitativa degli occupati nella società novecentesca. La crisi che ne consegue è una crisi di senso. Il lavoro ha smesso di rispondere alle domande chiave: chi sono, a cosa appartengo, qual è il mio ruolo nel mondo. Fermarsi alla sola constatazione di questo vuoto è la scelta più facile e più pericolosa: un vuoto così importante viene riempito da populismi e nostalgie, da rabbia e frustrazione.
Se il lavoro non struttura più l’arco di una vita, il suo ritmo, le sue tappe, i suoi riti di passaggio, qualcos’altro può assumere il suo ruolo. La proposta è che il ruolo di organizzatore un tempo svolto dal lavoro possa essere assunto dall’educazione e dal suo strumento più consono e più duraturo: l’apprendimento. Non la scuola come istituzione né la formazione come obbligo professionale, entrambe necessarie ma non sufficienti, bensì l’apprendimento come processo continuo con cui si acquisisce, si decanta e si trasmette la conoscenza come modalità prioritaria di stare al mondo, in una riconfigurazione dei ruoli sociali in cui ognuno di noi è, allo stesso tempo, docente e discente a vita. In una società dell’educazione la distinzione rigida tra chi insegna e chi apprende si fa porosa. Ogni persona, nel corso della propria vita, è entrambe le cose; a volte anche nello stesso momento, e sempre in modo intrecciato.
Questa porosità non è un’invenzione del presente. È la riscoperta e, finalmente, la possibilità di messa a sistema, di una tradizione di pensiero che attraversa tutto il novecento come un fiume carsico, da Dewey a Freire, da don Milani a Illich. Sempre presente, ma sempre marginalizzata dalle istituzioni che avrebbe voluto trasformare. Riprenderla oggi non è un esercizio di memoria. È recuperare quei fondamenti che ci servono per guardare un po’ più lontano e, sui detriti di una irreversibile rottura d’epoca e non dell’ennesima crisi, costruire una società più vicina alla realtà. Una società dell’educazione dove imparare serve prima di tutto per vivere. E per stare al mondo.