Su iniziativa della Senatrice Cristina Tajani
lunedì 16 novembre 2026 alle ore 18:00 presenteremo
Non viceversa
L’economia per le persone, i territori e la democrazia
Sala Caduti di Nassirya presso il Senato della Repubblica, piazza Madama, Roma
I giornalisti e gli ospiti devono accreditarsi scrivendo a: comunicazione@lucasossellaeditore.it

Proponiamo qui la lettura della postfazione al volume di Fabrizio Barca.
Ricostruire una bussola nella nebbia – per girare in positivo l’immagine del libro – questo è l’impegno attorno al quale, con crescente forza, molti e molte, saperi della ricerca e saperi del fare, si vanno raccogliendo con un obiettivo: mettere a fuoco le loro intersezioni, anziché le loro differenze, per fare emergere il disegno di una nuova fase di emancipazione e trasformazione sociale. Siamo infatti in una fase dove il vecchio, la cultura neoliberista, non ha più egemonia, ma un nuovo ordine fondato sulla giustizia sociale non appare alla portata. In questo interregno – come ci ha insegnato Antonio Gramsci – “si verificano fenomeni morbosi”. La loro faccia è uno scivolamento estremamente rapido verso l’autoritarismo che avvolge oggi oltre 2 miliardi di persone (1 miliardo e 800 mila solo negli Stati Uniti e in India). E, dunque, un nuovo ordine appare dannatamente urgente.
Un ordine, un nuovo scenario, significa oggi quattro cose. Significa ricostruire democrazia intendendola in modo esigente come libertà sostanziale o uguaglianza, come non essere dominati e come peso sulle pubbliche decisioni. Significa sottrarre lo stato al suo utilizzo da parte dell’autoritarismo come leva per interessi personali. Significa rimettere lo stato a disposizione dell’utilità sociale come scrive la nostra Costituzione all’Articolo 41, soprattutto come stato produttore che disegna e governa e attua politiche insieme alla società organizzata e dà indirizzo alla produzione capitalistica. E, insieme a tutto ciò, significa promuovere forme non capitalistiche di produzione che in ogni parte della terra vivono e si rinnovano.
È una prospettiva a un tempo visionaria ed estremamente concreta che raccoglie saperi diversi che vengono anche dall’esperienza, finora spesso dispersi, ma che si vanno raggrumando. Lo abbiamo fatto a Genova, in occasione di “Democrazia alla prova”, una tre giorni con centinaia di persone organizzata dalla Fondazione del Palazzo Ducale e dal Forum Diseguaglianze Diversità (ForumDD) il 23-25 gennaio del 2026: sono confluiti a Genova oltre trenta studiose e studiosi di ogni parte, disciplina ed età, non per suonare un loro pezzo solitario, ma per suonare assieme, a partire da un documento di riferimento, in un clima insolito e inusuale, che ha depositato i materiali nei siti web delle due organizzazioni. E lo fa ora questo libro. Dopo una cavalcata su come siamo arrivati alla situazione attuale, si cimenta nel racconto delle parti di una visione corale, un’alternativa che viene narrata come un’economia sociale o economia per le persone o economia incorporata nella società.
Perché questo nuovo impegno a convergere cresca, produca risultati, raggiunga le persone colpite dal pessimismo della volontà e quindi inerti di fronte alle vicende in atto, sono necessarie tre cose: una visione pionieristica, proposte concrete e un’infrastruttura sociale capace di battersi per questa visione e queste proposte.
Serve, in primo luogo, una grande immaginazione sociale, una visione pionieristica che sia alternativa alla distopia guerrafondaia e di odio fra le persone che l’autoritarismo insinua quotidianamente – esaltando paradossalmente tutte le sciagure prodotte da oltre quarant’anni di neoliberismo – per poi offrire l’unica cosa che sa dare: “protezione”. I temi generali di una visione pioneristica sono evidenti. Una visione di solidarietà fra le persone, fatta della gioia di stare assieme, della curiosità per le diversità, di confronto generatore di soluzioni. L’immagine di terre e mari, città e villaggi, montagne e pianure dove il clima, di cui abbiamo – nella visione – fermato l’ulteriore impazzimento, non risparmia le sue sfuriate, ma sia assorbito nelle conseguenze perché, piegando la transizione digitale all’utilità sociale – è la nostra Costituzione (art. 41) che parla –, abbiamo imparato ad attrezzarci. L’immagine di flussi migratori accolti come opportunità di rinnovamento ulteriore del nostro essere, delle nostre popolazioni, come per noi Italiani è sempre stato nella storia.
E poi serve che a una visione corrispondano proposte concrete, proposte che parlino alle persone, che diano loro il senso che non è vero che non si può cambiare, che in alcuni casi si può cambiare molto rapidamente e che se non si cambia la responsabilità è di coloro che chiedono un mandato politico e poi non lo esercitano per un rinnovamento possibile. Perché, se senza una visione, senza una narrazione plausibile di un modo più bello e giusto di vivere, le proposte sembrano aride, senza proposte convincenti, le visioni sono destinate a evaporare nell’aria cupa di questi tempi.
E, infine, serve un’infrastruttura sociale che per questa visione pioneristica e queste concrete proposte si batta e vinca. Perché l’attuale stato delle cose, l’asservimento dello stato all’interesse di pochi, la straordinaria concentrazione della ricchezza, la gestione corporativa della spesa pubblica fatta di bonus e trasferimenti a queste e quelli per comprarne il consenso, l’evasione fiscale, i passi indietro nella transizione ecologica sono sostenuti da un blocco sociale variegato che è pronto a resistere con forza a ogni cambiamento. Sono oligarchi o anche solo valvassori da battere, veri e propri avversari. Ma sono anche persone subalterne da convincere, da strappare al disegno autoritario. E per fare questo serve un confronto acceso, un conflitto, l’anima della democrazia, in cui esercitare adeguato potere, controbilanciando il forte potere degli avversari.
Nel suo assai utile libro Né verticale, né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Rodrigo Nunes delinea i tratti dell’ecosistema organizzativo che servirebbe. Un ecosistema in cui movimenti, organizzazioni di cittadinanza e del lavoro e partiti si riconoscano reciprocamente come interlocutori e superino la contrapposizione, appunto, fra i due modi di organizzazione verticale e orizzontale. Riconoscendo il rischio che nel verticalismo il potere di fare le cose degeneri nel potere sugli altri, magari per perseguire interessi individuali, un rischio avvertito assai dalle nuovissime generazioni e avvalorato dall’accentuato verticalismo neofeudale dei partiti; ma anche il rischio che nell’orizzontalismo autonomia e pluralità siano tali da non riuscire a generare una forza adeguata, un rischio che ha segnato i movimenti giovanili dell’ultimo quindicennio. E, poi, dialogando in modo acceso per trovare intersezione su visioni e proposte.
Come siamo messi su questi tre fronti?
Sul fronte dell’immaginario sociale, c’è davvero molto da lavorare. È un immaginario di cui sente particolarmente bisogno, superando la tendenza a rappresentare solo i rischi, gli esiti possibili della deriva autoritaria, del cambiamento climatico degli scenari di guerra. Certo, va fatto, ma solo e sempre, per contrapporgli l’eutopia a cui invece possiamo mirare. Per farlo, dobbiamo porci assai più in ascolto del contributo di immaginazione, non solo dell’ansia, che viene dalle nuove generazioni, come il ForumDD sta cercando di fare assieme a poli giovanili del Paese. E dobbiamo rivolgerci all’arte (come abbiamo fatto nell’e-book Feltrinelli Squarci. L’arte nella contesa per il senso comune) che sempre nella storia è riuscita ad aprire squarci potenti nel senso comune prevalente.
Siamo messi assai meglio sul fronte delle proposte, e lo si vede leggendo questo libro o ascoltando gli interventi della tre giorni di Genova. Si tratta di azioni anche assai diverse. Alcune che tornano a dare allo stato democratico un controllo sociale sull’economia, per usare le parole con cui negli anni cinquanta le forze che avevano scritto la Costituzione le davano attuazione. Altre, che descrivono i tratti di un’economia sociale.
Il recupero di un controllo sociale sull’economia non riguarda solo i campi del welfare, della scuola, della cura, della salute, ma anche le piattaforme digitali, di cui si sono impadroniti pochi soggetti su questa Terra. Ecco, allora, proposte concrete per tornare ad avere un controllo sui nostri pagamenti, sulle nostre comunicazioni, sulle nostre informazioni. O interventi che diano allo stato il controllo e l’uso di grandi masse di dati sulla salute, affinché i progressi straordinari della transizione digitale che possono consentire di combattere malattie in maniera più potente di ieri o di contrastare nuove epidemie non siano “proprietà intellettuale” di pochi oligopoli farmaceutici per caricarci poi, come hanno fatto durante la vicenda drammatica del Covid, di prezzi monopolistici spropositati; ma siano bene comune, accedendo liberamente al quale imprese in concorrenza fra loro producano ciò di cui abbiamo bisogno. E, ancora, sono ben possibili azioni pubbliche che diano al sistema delle imprese, anche delle imprese private, certezze nel campo della transizione energetica che sono, invece, negate oggi da uno stato e da una politica incerti e che danno segnali assolutamente contraddittori, creando incertezze per gli investimenti.
E poi, proprio in questo volume, ci sono sul tavolo proposte importanti e chiare che promuovono spazi e condizioni per forme produttive alternative a quelle del sistema privato capitalistico, fino anche a forme organizzative che combinano assetti organizzativi misti, fatti da ricerca del profitto e da mutualismo, in eco-distretti territoriali. In questi contesti può manifestarsi una domanda da parte di quelli che negli anni settanta furono definiti “consumatori collettivi”, cioè persone non più costrette a esprimere la propria domanda, le proprie aspirazioni, i propri bisogni individualmente e in modo solitario sul mercato, ma in grado di esprimerli in modo collettivo attraverso le organizzazioni decentrate dello stato in un dialogo continuo con il settore sociale e privato.
E, allora, da queste proposte emerge l’immagine di uno stato non più chiuso, autoreferenziale e sordo, ma di uno stato che sa adattare e adatta i propri interventi a misura dei luoghi; è “sensibile alle persone nei luoghi”, scrivo nel mio linguaggio, in sintonia con diverse pagine di questo libro. Questo “Stato migliore”, nel realizzare l’universalismo indispensabile nella scuola, nella salute, nella cura, è anche in grado di incorporare la ricchezza la creatività, l’intelligenza, la flessibilità che viene da un pezzo importante dell’economia sociale. A differenza di quanto ancora avviene oggi, questo “Stato migliore” non si rivolge all’economia sociale per esternalizzarle la propria produzione ma a bassi salari, contando sulla necessità di questi soggetti di soccombere a bandi di gara impropri, ma, viceversa, con questi soggetti dialoga attraverso la co-programmazione e la co-progettazione, ben tenendo ferma la bussola dell’universalismo, ma incorporando altri saperi e capacità. Ma perché queste diverse proposte avanzino, perché le esperienze pure esistenti salgano a livello di sistema, serve il terzo fronte, quello di un’infrastruttura sociale che sappia dare battaglia a livello politico con adeguato potere. E qui, rispetto a ciò che sarebbe necessario e che ho prima descritto siamo in movimento, ma ancora in alto mare. Nel libro stesso ci sono spunti importanti in questa direzione. A rimarcare la necessità che i partiti nei confronti dei movimenti, i movimenti nei confronti delle organizzazioni di cittadinanza, i sindacati nei confronti dei partiti, riconoscano la molteplicità delle forme con cui si può manifestare e attuare l’impegno sociale e l’impegno politico e cerchino alleanze.
Effettivamente, con fatica, movimenti, organizzazioni di cittadinanza e sindacati vanno cercando tra loro alleanze, e se non alleanze dialogo. E, come sottolineato, ciò va raggrumando una lettura condivisa. Ma su questi tentativi pesa lo stato dei partiti.
La deriva neoliberista ha spinto i partiti a inaridirsi come luogo di confronto culturale e politico con le altre forme di organizzazione sociale e con gli intellettuali. Si sono chiusi in se stessi; si sono spontaneamente privati dei finanziamenti pubblici mettendosi nelle mani di chi concentra ricchezza; hanno indebolito i parlamenti e le assemblee legislative, sia riducendo il numero dei partecipanti, sia alterandone le regole di funzionamento, sia togliendo progressivamente a quei luoghi la stessa funzione legislativa, progressivamente trasferita all’esecutivo. Eppure, anche per i partiti la possibilità esisterebbe di tornare a essere l’ultimo anello della catena dell’ecosistema organizzativo. Non si tratta, certo, di illudersi di poter tornare ad avere la massa di iscritti che avevano nel dopoguerra – quasi 10% della popolazione – ma di tornare a rendere le proprie sedi territoriali interessanti per le altre forme dell’ecosistema organizzativo, offrendosi come il soggetto che ascolta, restituisce e si fa monitorare e trasferisce, poi, nelle istituzioni ciò che ha appreso e la sintesi che ha potuto realizzare in termini di proposte.
Lo proponemmo dentro un partito, il Partito democratico, oltre dieci anni fa. La sua sperimentazione, che chiamammo “Luoghi Ideali”, diede risultati di grande interesse e mostrò che la sua attuazione non solo incontrava il forte interesse della nuvola di soggetti impegnati del territorio, ma provocava anche una formazione di classe dirigente sulla base della capacità di guidare e realizzare, anziché dei meccanismi di cooptazione. Forse fu proprio questo che ne provocò il convinto affossamento. Ma si potrebbe riprovare!