Ottobre 2026

Sabato 17 ottobre 2026, Feltrinelli di Varese, “L’estremo del minimo”

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Sabato 17 ottobre 2026, alle ore 17:00, alla Feltrinelli di Varese in corso Aldo Moro 3, Stefano Rausei presenterà il suo libro “L’estremo del minimo. Anatomia del buon senso” in dialogo con la giornalista Barbara Zanetti.

Ci sono luoghi dell’esperienza in cui la competenza, da sola, non basta. Luoghi in cui ogni decisione coinvolge la persona intera: la sua storia, i suoi valori, la capacità di comprendere chi ha di fronte. È da questi luoghi che prende avvio il libro di Stefano Rausei, chirurgo generale con competenze specifiche in chirurgia oncologica gastrointestinale, oggi direttore di un reparto di chirurgia generale nel Servizio sanitario nazionale.

Figlio di artigiani, nato e cresciuto nelle Marche, formatosi tra il Policlinico Gemelli di Roma e la Lombardia, Rausei ripercorre le esperienze e gli incontri che gli hanno insegnato a comprendere il mondo. Le radici familiari, il rispetto e il senso del dovere si confrontano con una professione esercitata là dove la vita si mostra più vulnerabile. La cura, la famiglia, i colleghi e le istituzioni diventano così i luoghi di una ricerca di equilibrio: come restare fedeli ai propri valori e, insieme, riconoscere ciò che l’esperienza degli altri ci invita a rivedere?


Nell’incontro con Maria, una donna che rifiuta le trasfusioni di sangue per convinzione religiosa, il chirurgo si confronta con una scelta che inizialmente non comprende. Sarà quella paziente a insegnargli qualcosa sul rapporto tra cura, fiducia e libertà.
Il senso buono emerge da queste pagine come una pratica quotidiana che richiede attenzione, responsabilità e disponibilità a cambiare giudizio. Il brano che segue, tratto dal capitolo
I pazienti, ne offre una testimonianza concreta.


Maria era arrivata al Pronto Soccorso con una severa anemia da sanguinamento gastrointestinale. Maria, rigida osservante degli scritti biblici su quanto suggerito da Geova, rifiutava le trasfusioni. Fu la prima precisazione che mi fece quella signora oltre la settantina, dallo sguardo vivace, al momento della mia visita. Verosimilmente, alla vista dell’emorragia che l’aveva costretta a rivolgersi in ospedale aveva associato la possibilità di quella terapia. La più temuta. Col pregiudizio di chi era stato abituato fin da piccolo ad abbassare immediatamente la cornetta del citofono quando al di là del cavo chiunque, generalmente di domenica mattina, avrebbe iniziato a predicare di Dio, liquidai con un “poi vediamo!” quella sua posizione. Il percorso che avevo disegnato per arrestare quel sanguinamento, fortunatamente si fermò al trattamento endoscopico. Il gastroenterologo era stato di assoluta efficacia e aveva evitato che attivassi la sala operatoria. Aveva evitato pure che tornassi alla carica da Maria con la fretta di “trasfonderla”. Ora la paziente avrebbe necessitato solo di qualche giorno di osservazione presso il reparto di chirurgia dove lavoravo. La ricoverai in uno dei letti sotto la mia diretta gestione.

Se non fosse stato per una febbriciattola che ogni sera l’abbatteva costringendola a letto, Maria avrebbe gironzolato tutto il giorno per i corridoi che si dipanavano dalla sua stanza. Da giorni indagavo ogni causa possibile di quella febbre. Per giunta a quell’infezione, perché di un’infezione si doveva trattare dopo una settimana e più dal controllo dell’emorragia, si associava una progressiva, lenta ripresa dell’anemizzazione. Benché non avesse raggiunto livelli di allarme, il quadro cominciava a preoccuparmi. Fu una valutazione ecografica del cuore da parte proprio di mia moglie a rivelare finalmente la causa della febbre: endocardite, l’infezione di una valvola cardiaca. La mitrale, nel suo specifico caso. Un quadro subdolo e dall’evoluzione non del tutto prevedibile, se non immediatamente responsiva agli antibiotici. E la valvola di Maria non ne voleva sapere di rispondere. Tuttavia, paradossalmente, non fu la mitrale a far precipitare in pochi giorni le sue condizioni. L’infezione, infatti, aveva acquisito buon ritmo soprattutto nell’alimentare il circolo vizioso della cascata infiammatoria e, di conseguenza, l’anemia, che si aggravò, senza più rispondere alle terapie di supporto che stimolassero la produzione dell’emoglobina. Le trasfusioni di sangue divennero improcrastinabili.

Feci presente la cosa a Maria. Stavolta più duramente. Senza alternative. Rifiutò ancora. Serenamente. Cercai di aggirare l’ostacolo. Convocai i figli. Li sollecitai a convincere la mamma. Qualche ora dopo mi convocarono loro, tutti insieme, al capezzale della mamma, non più nelle forze di alzarsi, ma ancora lucida di pensiero. E di ostinazione. Davanti ai figli, con voce flebile, ma ininterrotta, mi comunicò che non si sarebbe sottoposta alle emotrasfusioni. Mi ringraziò per la comprensione, per quanto difficile. Solo allora capii che la sua decisione non era frutto di un capriccio, né di una coercizione. Era un segno di rispetto verso quanto aveva supportato nella sua vita. Verosimilmente verso quanto l’aveva supportata. In fondo, un segno di libertà.

Il mio pregiudizio di colpo svilì: “libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta” (Purgatorio canto I vv. 70-72). Effettivamente, la storia è sempre stata colma di figure come Catone Uticense, santi ed eroi che per un credo personale avevano rinunciato al proprio tempo. Senza dubbio, la fermezza e la forza di quella decisione cambiarono per sempre il mio atteggiamento nei confronti del paziente e delle sue scelte. Maria si spense serenamente. Esaudendo un preciso desiderio della mamma, i figli inviarono a un quotidiano locale una lettera di ringraziamento per il mio operato.