Giustizia ex Machina

Non viviamo in un tempo in cui le macchine decidono al posto nostro. Viviamo in un tempo in cui gli ambienti digitali orientano silenziosamente i nostri comportamenti e le nostre possibilità. In questo passaggio l’individuo tende a diventare un soggetto i cui diritti dipendono dall’infrastruttura tecnologica che lo circonda.

Giustizia ex Machina smonta il mito della neutralità tecnica e propone un cambio di prospettiva decisivo: non un’etica proclamata, ma un’ingegneria della giustizia capace di intervenire dove le decisioni nascono, prima che producano danno. Non basta più individuare un responsabile a danno avvenuto, bisogna comprendere dove si poteva agire prima, dove responsabilità, oneri e poteri potevano essere distribuiti diversamente.

Dalla crisi della verità alla topologia della responsabilità, prende forma una nuova idea di diritto: non semplice giudizio sui fatti, ma capacità di progettare limiti dentro i sistemi che governano la vita contemporanea.

Nell’era dell’IA la giustizia inizia prima del danno.

Il soggetto che non c’è

Perché l’intelligenza artificiale generativa non è una persona, ma ci costringe a ripensare la persona La domanda più diffusa sull’intelligenza artificiale è anche la meno utile: le macchine possono diventare soggetti? È una domanda affascinante, ma mal posta. Ci costringe a scegliere tra due risposte troppo semplici: sì, l’IA sarà

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Lombroso nell’età degli algoritmi

Esce oggi il libro di Enrico Maestri, Giustizia ex Machina. Filosofia giuridica delle tecnologie digitali, un testo importante perché riesce a fare una cosa rara: non parla dell’AI come novità assoluta, ma la riporta dentro una genealogia culturale antica e rimossa. L’algoritmo non inventa da zero la tentazione di classificare

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