Luglio 2026

Sei tu l’io dell’altro e, insieme, l’altro del tuo stesso io

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Quando un fenomeno è troppo vicino conviene guardarlo con un cannocchiale rovesciato. L’intelligenza artificiale oggi ci abbaglia, ma forse la si capisce meglio se la si mette in fila con altre ferite inferte all’orgoglio umano. Ogni volta abbiamo gridato: “È la fine dell’umanità”. Ogni volta, invece, finiva soltanto una cattiva idea che l’umano aveva di sé.

La prendo da lontano. Parto dalla Cacciata dei progenitori dall’Eden terminata nel 1427, un anno prima della morte di Masaccio: Adamo si copre il volto, Eva si copre il sesso. In quella scena c’è già tanto, la perdita dell’innocenza, la nascita della coscienza, l’umano scopre di non coincidere pacificamente con se stesso. Il corpo diventa un problema e la conoscenza ci espone alla vergogna.

Poi arriva Copernico – te l’avevo detto che la prendevo da lontano – e la Terra smette di essere il centro dell’universo, una prima idea circola nel Commentariolus, attorno al 1514; la pubblicazione decisiva è il De revolutionibus orbium coelestium, stampato a Norimberga nel 1543, proprio nell’anno della morte del suo autore. Non finisce il mondo, finisce un’immagine del mondo. E ovviamente non finisce l’umanità, semmai finisce l’illusione che l’universo sia stato disposto intorno a noi come una scena costruita per la nostra apparizione. La rivoluzione copernicana non sposta soltanto i pianeti, toglie l’umano dal trono immaginario su cui si era seduto.

Dopo Copernico arriva Darwin, e il colpo è ancora più dolorose. Se Copernico toglie all’uomo il centro del cosmo, Darwin gli toglie il privilegio di una separazione dagli altri esseri viventi. L’umano non è una creatura sospesa sopra il regno animale, semplicemente ne fa parte. Non viene dall’alto, non è un’immacolata eccezione. Anche in questo caso l’umanità non è finita, semmai è stata sconfitta una sua superbia.
Ci sarebbe, certo, un lungo discorso da fare su Pico della Mirandola, sull’uomo come creatura senza forma determinata, chiamata a darsi forma da sé, posta al centro del mondo non per dominarlo ma per scegliere che cosa diventare, ma è meglio non fermarsi troppo sui dettagli. Basta ricordare che per secoli l’umano ha pensato la propria dignità come superiorità, poi, una dopo l’altra, le grandi rivoluzioni hanno cominciato a sottrargli questi privilegi infondati.

Restava un ultimo regno, chiamiamolo interiore. Se non siamo più al centro del cosmo, se non siamo più separati dal regno animale, saremo perlomeno padroni di noi stessi. Almeno l’interiorità è roba nostra. Almeno l’Io sarà sovrano nella propria casa. E invece arriva Freud e ci dice che no, nemmeno lì siamo padroni. L’Io non è padrone in casa propria. Dentro di noi agiscono forze che non controlliamo, desideri che non riconosciamo, paure e memorie che ci governano senza chiedere permesso. L’estraneo non è fuori: l’estraneo è dentro. Il perturbante non è ciò che ci è contro, ma ciò che ci è familiare come se fosse straniero. Freud ci obbliga a una verità scomoda. Tu sei abitato, sei anche ciò che non sai di essere. D’accordo qui risuona Eraclito, il carattere dell’uomo è il suo demone. Non un demone straniero ma quella forza interna che ci orienta e ci contraddice. L’estraneo sei tu. Sei tu l’altro che ti abita. Sei tu l’io dell’altro e, insieme, l’altro del tuo stesso io.

Ogni grande scoperta produce panico, perché annuncia la fine dell’umanità, ma in verità annuncia la fine di una sua immagine consolatoria. Ogni volta gridiamo alla catastrofe, ma ogni volta non muore l’umano, sparisce una sua illusione. Oggi l’intelligenza artificiale sembra inserirsi in questa stessa genealogia delle ferite. Ci costringe a chiederci se anche l’intelligenza e la creatività siano proprietà esclusive dell’umano. Anche qui il rischio è confondere la perdita di un monopolio con la fine. Forse l’ia non annuncia la fine dell’umanità; annuncia la fine di un’altra presunzione. Quella secondo cui pensare, creare, nominare, produrre forme siano attività garantite dal potenziale umano. E qui bisognerebbe chiamare in causa Ernesto de Martino, perché la “fine del mondo” non è soltanto l’immagine spettacolare della catastrofe dell’umanità che scompare, tutt’altro, la fine è la crisi della presenza, il momento in cui l’umano non riesce più a stare nel mondo, non riesce più a riconoscerlo come mondo, non trova più gli strumenti simbolici per abitarlo. È questo che rende Ernesto de Martino un maestro, ci insegna ancora che ogni apocalisse culturale non riguarda solo ciò che accade fuori di noi, ma il modo in cui ciò che accade fuori disfa la nostra capacità di esserci.

Il rischio non è dire ingenuamente che l’ia porterà alla fine dell’umanità. Il rischio è non accorgersi che l’ia sta già producendo una crisi della presenza. Ci obbliga a ridefinire che cosa significa pensare e conoscere. Non è la fine del mondo, è la fine di un mondo, il nostro vecchio modo di immaginare l’umano al centro della scena. 

Non manca molto, fra un po’ l’ia non solo ci porrà delle domande cui non sapremo rispondere, ma formulerà domande di cui non sapremo nemmeno riconoscere il campo, la logica da cui provengono. Non finirà così l’umanità, finirà una sua presunzione di centralità.